Letteratura Mondo ellenico

Aristotele: il carattere universale della poesia

La Poetica fu composta probabilmente tra il 334 e il 330 a.C. ed è una delle opere esoteriche di Aristotele, rientra cioè in quel gruppo di scritti concepiti per il Liceo in forma di appunti, che furono ritrovati, messi in ordine e pubblicati da Andronico di Rodi.

Mai studiata durante il Medioevo,  fu riscoperta solo nel 1498 grazie alla traduzione latina dell’umanista Giorgio Valla.

Nella Poetica il filosofo opera un’analisi estetica dell’arte, distinta dall’etica e dalla morale. Aristotele tratta della poesia epica, la commedia e la tragedia, soffermandosi principalmente su quest’ultima.

 

Il capitolo IX, che abbiamo deciso di prendere in considerazione, comincia con il tentativo di definire quello che è il compito del poeta. Esso è quasi sempre inteso con il significato greco di poiētēs, che permette di giocare su un doppio livello di significato, in senso lato è «colui che fa, un costruttore» mentre nel senso particolare è proprio «il poeta». E questo ci rende consente di inquadrare subito il tipo di sapere a cui Aristotele si riferisce, e cioè quello poietico.

La definizione del ruolo di poeta e quindi della poesia stessa avviene in opposizione con la figura dello storico e quindi della storia stessa. Il poeta non è obbligato a parlare di fatti o cose avvenuti (anche se nello stesso tempo non gli è vietato farlo), ma di una classe di cose possibili secondo le categorie di verosimiglianza, apparente conformità al vero, o di necessità, cioè da quel qualcosa governato dal nesso causa/effetto, che lo stesso Aristotele in Metafisica V, 5,1014 definisce come «l’impossibilità dell’altrimenti».

 

Al contrario di ciò che si potrebbe pensare ad una prima, superficiale e non attenta analisi, a differenziare la poesia dalla storia non è l’uso del verso, ma il tema trattato. Si potrebbe infatti trasformare un’opera storica in prosa in un’opera in versi ed essa continuerebbe ad essere storia:

«si potrebbero mettere in versi gli scritti di Erodoto e nondimeno sarebbe sempre una storia , con versi o senza versi».

 

La vera differenza tra storia e filosofia è, come abbiamo già detto, che la prima parla di cose avvenute e la seconda parla di cose che possono avvenire. La poesia ha un maggiore fondamento teorico e filosofico, e quindi una dignità maggiore perché si occupa dei cosiddetti universali, mentre la storia di occupa dei particolari.

 

L’universale indica ciò che è comune a membri di uno stesso genere. Per Aristotele esso non può esistere al di fuori delle cose e ne costituisce quindi l’essenza. L’universale entra in opposizione con il particolare, il quale si riferisce solamente ad alcuni enti dello stesso genere o della stessa specie. Per questo, come mostra lo stesso Copleston nella sua storia della filosofia antica, lo storico parla dei fatti, delle parole o della vita di un personaggio esistito. In cambio un poeta può parlare di un dato personaggio (anche realmente esistito), ma mettendone al centro le verità e le probabilità universali; e in questa pratica la rigorosità dei fatti storici passa assolutamente in secondo piano.

 

Dobbiamo poi dire che la poesia fa parte degli universali della natura ed è quindi più concreta rispetto alla filosofia, che si occupa degli universali astratti.

 

Il poeta deve comporre racconti, storie, contenuti. E quindi la trama è superiore al metro e al verso stesso. Questo perché il poeta deve imitare azioni che si svolgono nella vita. Aristotele introduce pertanto il concetto di mimesi. L’arte mimetica si occupa di creare un mondo immaginario a partire dall’imitazione del mondo reale. Per Aristotele il concetto di mimesi non assume quella sfumatura negativa che aveva nel pensiero di Platone: Aristotele pensa  che l’artista cerchi dentro ogni cosa l’elemento ideale o universale per poi manifestarlo attraverso l’arte.

 

Il filosofo stagirita a questo punto prende a parlare dei racconti e delle azioni semplici, dicendo che quelli a episodi sono i peggiori, perché in essi vengono meno i concetti chiave di poesia, verosimiglianza o necessità.

 

Nel capitolo 10 della Poetica Aristotele dice che i racconti semplici sono quelli in cui avviene un mutamento, ma senza che avvengano né il rovesciamento, nè il riconoscimento. Egli oppone questo tipo di storie a quelle complesse, in cui il mutamento avviene per riconoscimento, per rovesciamento o per entrambi.

 

Il racconto poetico può perdere di dignità anche per l’incapacità degli attori, a causa della quale l’autore deve scendere a compromessi con la realtà e stravolgere la successione degli eventi, togliendo così verosimiglianza e dignità all’azione stessa.
Aristotele conclude il capitolo indicando quali sono i racconti migliori, e cioè quelli paurosi e pietosi, in cui gli effetti si producono contro ogni aspettativa. Questa caratteristica rende massimamente operativo il concetto di catarsi, perché maggiore è la tensione, maggiore sarà lo scaricamento emotivo, la medicina, la purga temporanea di pietà e terrore che ne deriverà.
Proprio questo concetto, a mio avviso, è quello che rende massimamente affascinante ed attuale la Poetica e noi dal basso della nostra piccola esperienza ci sentiamo di consigliarla ai nostri lettori.

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