Cinema

Burgess e Kubrick, due “orange” a confronto: Quando due linguaggi artistici differenti diventano complementari

“A clockwork orange” è un titolo che, nell’immaginario collettivo, richiama alla mente due capolavori diversi, ma al tempo stesso complementari: il romanzo di Anthony Burgess e la sua trasposizione cinematografica ad opera di Stanley Kubrick. Entrambi, ruotano attorno alle vicende del giovane Alex DeLarge dedito, insieme ai suoi amici drughi, a compiere atti di ultra-violenza.

“Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale.”

Questa frase, pronunciata dallo stesso Burgess, individua perfettamente il nucleo tematico centrale del romanzo: l’eliminazione del libero arbitrio, caratteristica principale che distingue gli uomini dagli animali, privi di logos. Sotto questo punto di vista, si potrebbe dire che il romanzo presenta una struttura discendente: le iniziali avventure “eroiche” di Alex lo portano sempre più verso la degenerazione fisica e morale, dal carcere fino alla sperimentazione della famigerata “Cura Ludovico” che, come effetto collaterale, lo porterà a provare repulsione nei confronti dell’amata musica di Beethoven, fonte di grande ispirazione per gli atti di violenza. Tuttavia, le conseguenze non si limitano a questo fattore di superfice: il suo corpo si ribella drammaticamente al solo pensiero della violenza. Umiliato, ripudiato dalla propria famiglia e dai propri amici, incapace di scegliere il proprio sentiero sulla via del bene e del male, Alex è ormai diventato un’impotente vittima della società e non vuole più essere coinvolto in questa spirale di “ingiustizie” che lentamente e inesorabilmente lo travolgono.

La forte attrattiva di questo romanzo è legata anche ad un fattore  linguistico. Infatti, per non sottomettersi all’immobilità delle lingue comuni, Burgess conia per il suo romanzo un nuovo linguaggio, destinato ad essere conosciuto con il nome di Nadrat. Si tratta di un linguaggio artistico molto particolare, che associa all’inglese alcune parole di derivazione russa e alcune parole completamente create dalla fantasia dell’autore. Lo stesso titolo del romanzo risente dell’influsso di questa strana lingua giovanile: il termine orange indica gli uomini, rimandando all’immagine di un uomo meccanico, sempre sul punto di esplodere.

Ambientazione distopica, linguaggio nadrat, episodi di ultra-violenza e annientamento dell’individuo: Kubrick, grande regista visionario del cinema contemporaneo, riuscì pienamente a cogliere tutte queste spinte, coniugandole perfettamente all’interno di una pellicola cinematografica destinata a suscitare un grande scalpore a partire dal 1971, anno in cui per la prima volta venne distribuito negli Stati Uniti.

Eppure, sono molte le differenze che in certi sensi separano il capolavoro di Kubrick da quello di Burgess: in primo luogo, il tanto discusso capitolo finale, in cui Alex si piega definitivamente all’onestà della società londinese, che il regista non volle mai inserire all’interno del proprio film. Del resto Kubrick si fa portavoce di un messaggio intrinsecamente pessimista: il film evidenzia soprattutto la contrapposizione tra la bestialità degli uomini e quella delle istituzioni, soprattutto carcerarie, che non fanno altro che annullare ogni peculiarità fisica e morale degli individui.

Kubrick, come ogni grande regista, sa bene di non poter ignorare la potenza delle percezioni uditive: sulla base di un romanzo in cui la musica assume una grande importanza narrativa, nel suo film la musica diventa motivo di riflessione sociale. Ancor di più, l’uso della musica classica sottolinea una situazione irrisoria e sarcastica nei confronti delle basi classiche e tradizionali su cui si fonda la degradata società moderna.

 

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