Letteratura Prosa

Fenomenologia della morte di Ivàn Il’ič Dolore e malattia nel romanzo di Tolstoj

La rappresentazione del dolore genera spesso fascinazione. Il lettore, coinvolto con la sua fragilità di essere umano, partecipa immedesimandosi in chi soffre e chiedendosi se la medesima sofferenza possa toccare anche a lui.

Ne La morte di Ivàn Il’ič, romanzo breve della fase metafisico-morale di Tolstoj, la malattia è un accidente della vita che colpisce in modo indiscriminato. Per la sua intima connessione con l’esistenza rende accessibile, al protagonista e al lettore, una conoscenza più profonda, una verità ontologica.

Il racconto procede a ritroso dalla notizia della morte, appresa dai colleghi di Ivàn al palazzo di giustizia, alle sue cause – una banale contusione – e al decorso.

La narrazione, facendo leva sull’analogia del tema del dolore con l’ambito processuale, istituisce un nucleo di significazione che gravita intorno al tema del giudizio. L’intreccio mima le procedure di indagine – giudiziaria e clinica – che procedono dagli effetti alle cause.

La consapevolezza della morte si rivela un’esperienza dall’altissimo valore epifanico (è «lei e solo lei la verità», dirà Ivàn durante un’udienza). È “un’imminenza che sovrasta”, per descriverla con le parole di Heidegger in Essere e Tempo. E costringe il protagonista a ridefinire la propria autobiografia alla luce della fine imminente. La sentenza finale spetta alla Morte ma anche, di riflesso, ai dottori.

Il colloquio con il primo dottore cui Ivàn si rivolge viene infatti condotto con «lo stesso [sussiego] che aveva lui in tribunale» e, analogamente, presuppone la passività dei pazienti: «intimava: «voi non fate niente, affidatevi a noi, facciamo tutto noi, noi sappiamo bene, infallibilmente, tutto quello che si deve fare, chiunque voi siate, tutti gli uomini vanno presi alla stessa maniera». Esattamente come in tribunale: il noto dottore teneva verso di lui lo stesso contegno che Ivàn Il’ič teneva in tribunale verso gli imputati».

Inoltre l’acuirsi della pena del protagonista, confuso e straniato, è aggravata dall’impossibilità di comprendere: concluso l’incontro Ivàn cerca infatti di «tradurre in linguaggio semplice tutte quelle parole scientifiche ingarbugliate». La Giustizia e la Medicina, ambiti in cui si esercita il giudizio sulla vita e sulla morte, paradossalmente amministrano e comunicano in modo freddo e autoreferenziale il proprio potere, rendendo il soggetto passivo.

Il protagonista è infatti sottoposto suo malgrado ad un processo di accettazione, che è anche bilancio di una vita. Ivàn è costretto, per la prima volta, a pronunciarsi sulla propria esistenza da agente, da responsabile di sé.

Lungo il decorso, sapendo che la sua vita è ormai «avvelenata», Ivàn sperimenta reazioni psicologiche descritte con un’ineguagliabile capacità di sondare l’animo umano: è preda di malumori, terrore, rabbia e disperazione, e contesta quel principio di degenerazione dell’essere umano noto a tutti e in ogni momento, ma mai messo in relazione con la propria persona: «Caio è un uomo, gli uomini sono mortali, Caio è mortale […] Caio è mortale, certo, è giusto che muoia. Ma per me, per me, piccolo Vanja, per me, Ivàn Il’ič, con tutti i miei sentimenti, i miei pensieri, per me è tutta un’altra cosa»).

L’accettazione tormentata, che passa attraverso la consapevolezza di aver «perso la vita» e che costringe Ivàn a prendere coscienza della vita inautentica che ha ricercato e costruito, lo porterà infine a cambiare prospettiva: pronunciando le ultime parole dirà infatti che «è finita la morte».

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