Cinema

David Lynch e “Lost Highways” Uomini Misteriosi e universi psicoanalitici

Nel panorama del cinema americano degli anni ’80-’90, in un clima di totale rottura nei confronti degli esperimenti realizzati in passato, si innesta l’opera di un regista fondamentale per lo sviluppo di un cinema che è totale reinvenzione del reale: David Lynch. La sua carriera viene segnata dal successo di film destinati a diventare cult, come “Blue Velvet”, ma soprattutto dalla realizzazione della serie televisiva “Twin Peaks”: in prodotti come questi, Lynch riesce a creare universi inquietanti, tra realtà e fantasia, tra sogno e veglia.

Del resto, l’esplorazione della dimensione onirica è una delle tematiche maggiormente predilette dal cinema di Lynch, così come la volontà di raccontare l’inconscio, calando lo spettatore all’interno di un’esperienza alienante e allucinata che si dipana grazie all’utilizzo di una suggestione visiva e sonora. In questa direzione procede decisamente uno dei film più enigmatici e psicoanalitici di Lynch: “Lost Highways”.   

Dick Laurent is dead”.

Con questa frase semplice e apparentemente comprensibile si apre la sequenza iniziale del film. Eppure, lo spettatore viene immediatamente assalito da una lunga serie di domande: chi è Dick Laurent? Che rapporti ha con il protagonista? Qual è la causa della sua morte? Così si compie uno degli obiettivi della poetica di Lynch, che dota i sui personaggi di un elementare vocabolario, fatto di frasi che si ripetono spesso e che, se ben interpretate, contengono le corrette indicazioni per la risoluzione dell’intreccio.

La ripetitività e la circolarità caratterizzano anche la struttura anticonvenzionale del film, riconducibile al nastro di  Möbius, termine con cui in ambito matematico si indica un esempio di superficie non orientabile e rigata. Ma quanto veramente la matematica ha a che fare con i film di Lynch? Secondo il critico cinematografico Enrico Ghezzi, i personaggi di “Lost Highways” si ritrovano a vivere esperienze già vissute, ma con ruoli invertiti, proprio come se vivessero sull’unica faccia che costituisce il nastro di Möbius. In questo senso, Lynch presenta delle affinità con il cinema di Kubrick e in particolare con “Arancia meccanica” in cui, nella seconda parte, il protagonista vive esperienze identiche a quelle della prima, ma invertite di segno. In parole povere, tutto finisce laddove ha preso inizio.  

Tuttavia, Lynch non si accontenta di compiere solo queste operazioni sul linguaggio e sulla struttura del film: fondamentale è anche la creazione di personaggi al limite dell’assurdo e della schizofrenia, che fungono da perfetti abitanti dei suoi universi all’insegna dell’onirico e del mostruoso. In particolare, i personaggi di “Lost Highways” celano al loro interno una carica travolgente di significati che si ricollegano direttamente alle linee di pensiero della psicoanalisi freudiana. L’Es, l’Io e il Super-Io, incarnati in classici cittadini della metropoli americana, si ritrovano coinvolti in una irrefrenabile spirale di amore/morte, falsificazione dei ricordi e, soprattutto, trasfigurazione della loro psicologia e delle loro fattezze fisiche. Non a caso, il tema del doppelganger e dello sdoppiamento viene utilizzato per deformare ancor di più i confini delle personalità da incubo dei suoi personaggi.

 

La lunga carrellata che segue Fred, il protagonista, mentre entra all’interno di un corridoio, al termine del quale troverà uno specchio che gli rivelerà il suo vero io, contiene un altro degli elementi caratteristici della poetica di Lynch: le tende rosse, simbolo archetipo che rimanda alle scene teatrali, a cui il regista è particolarmente legato, e che gli permetteranno di ricreare sugli schermi cinematografici il proprio personale teatro degli orrori.

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