Archeologia

La figura del Ciclope nella letteratura classica Ipotesi sulla genesi del mito

Di ritorno dai Lotofagi, Odisseo giungeva nell’Isola delle capre, nella terra dei Ciclopi… Comincia da qui, nel canto IX, una delle avventure più note dell’Odissea, in cui sia Odisseo sia noi lettori abbiamo modo di imbatterci in una delle figure più conosciute della mitologia greca: il ciclope Polifemo; figlio di Poseidone e di una ninfa dei mari, Toosa, è una figura di certo non priva di mistero e la cui origine ha suscitato curiosità e dibatti

Polifemo e altri Ciclopi sono citati in numerose opere della letteratura classica, in Esiodo e Callimaco, ma anche in Teocrito, Euripide, Virgilio e Ovidio. Descritti sempre come divinità gigantesche contraddistinte dal fatto di avere in viso solamente un occhio, come suggerisce anche lo stesso nome, dal greco “κυκλος” (cerchio) e “ωψ” (occhio), sono generalmente caratterizzati da crudeltà e ingordigia, in quanto mangiatori di uomini.

I vari autori che ne parlano, però, li inseriscono in contesti diversi e attribuiscono loro differenti qualità: per esempio, nella Teogonia di Esiodo i Ciclopi Bronte, Sterope e Arge, sono figli di Urano e Gea, descritti come creature dotate di una profonda conoscenza dell’arte della lavorazione del ferro; infatti sarebbero proprio loro i fabbricatori dei fulmini di Zeus.

Callimaco invece parla dei Ciclopi come gli aiutanti di Efesto.

Omero, come già abbiamo accennato, parla di Polifemo nell’Odissea, descrivendolo come una creatura che vive isolata isolata nella sua caverna, dedita alla pastorizia e abitante, insieme agli alti Ciclopi, di una terra ormai concordemente associata alla Sicilia.

Lo stesso Polifemo invece viene descritto da Teocrito come una creatura dal carattere gentile e amichevole.

Ma come nasce nel pensiero degli antichi la figura del Ciclope? Quali sono i fatti storici che hanno portato all’origine di questa figura controversa?

Secondo alcune interpretazioni, legate a credenze antiche, i Ciclopi sarebbero stati dei fabbri arrivati in Sicilia e nelle isole Eolie dall’Oriente, con l’usanza di indossare una benda per coprire uno dei due occhi, di solito il sinistro, per ripararlo dalle schegge e dalle scintille frequenti nel loro lavoro oppure aventi un tatuaggio sulla fronte raffigurante il Sole, divinità a cui questi uomini potevano essere devoti. Questa interpretazione spiegherebbe la presenza dei Ciclopi proprio in queste terre e sarebbe anche confermata dal ritrovamento di trace di lavorazione dei metalli durante la facies Diana (IV millennio a.C.).

Un’altra ipotesi, la più quotata, è caratterizzata da un rinvenimento archeologico e da uno studio del paleontologo austriaco Othenio Abel, nel 1914: si tratta dei crani degli Elefanti Nani, animali che abitarono il Mediterraneo sino alla fine del Pleistocene.

Questi crani sono caratterizzati da dimensioni elevate e un grosso foro centrale che corrisponde esattamente al foro nasale dell’animale. Furono trovati in Sicilia, ma anche in Sardegna, Malta, Cipro, Creta e nelle Cicladi, spesso dentro delle grotte. Potrebbe essere probabile dunque che gli antichi abitanti del Mediterraneo, imbattendosi in questi enormi crani con un foro al centro, avessero pensato che dovessero appartenere a delle popolazioni che prima di loro abitavano quei territori, figurandoseli come uomini giganteschi con un solo occhio al centro della fronte.

Pensiero peraltro condiviso dal filosofo Empedocle, il quale afferma che “in molte caverne siciliane furono ritrovati fossili di una stirpe di uomini giganteschi oggi scomparsa”.

Poi in qualche modo questa credenza venne collegata con la figura di questi artigiani, associati o meno a divinità come Efesto, che avrebbero svolto il loro lavoro in luoghi come l’Etna o in generale in Sicilia e nelle isole Eolie.

 

Comunque è chiaro come anche la ricerca delle origini di un personaggio mitologico possa rivelare spesso grandi sorprese. Trovo incredibilmente interessante come il pensiero e le credenze dei nostri antenati siano stati fortemente influenzati dalla realtà che li circondava e come abbiano cercato, sempre nella misura e con i mezzi che avevano a disposizione, di dare una risposta o una spiegazione a tutto ciò che gli stava intorno. Caratteristiche, quelle della curiosità e della ricerca, che fortunatamente qualificano l’uomo dall’alba dei tempi fino ai giorni nostri.

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