Architettura e Design Arti Visive

Colore, materia dello spazio e dello spirito: gli ambienti cromatici di Ettore Spalletti.

Il 5 maggio 2017 Ettore Spalletti riceve la laurea honoris causa in Architettura dall’Università G. D’Annunzio di Pescara; è il coronamento di una lunga carriera che di fatto contraddice l’equazione che associa la vita provinciale all’isolamento culturale e dunque all’inevitabile mediocrità del prodotto artistico. C’è da dire anzi che è proprio in questa esistenza defilata, lontana dal clamore mediatico e segnata dalla riflessione, che risiede il fascino meditativo dell’arte dell’autore abruzzese. Seppur astratta e intangibile, l’arte di Spalletti in realtà si fonda un legame viscerale con la sua terra d’origine (Cappelle sul Tavo, PE), la quale viene indagata con “cézanniana” profondità, fino ai più elementari rapporti geometrici e cromatici. Si verifica allora una sintesi di immagini archetipiche: il pigmento in pittura, i solidi geometrici in scultura (che dal pigmento sono ricoperti). Non c’è una presenza iconografica, ma solo «un’immagine segreta»¹ che si nasconde dietro le superfici e che spetta all’arte indagare e interpretare.

 

Il colore, la luce e lo spazio.

 

I tagli di Fontana avevano inaugurato il processo di disgregazione del confine tra superficie pittorica e spazio. Spalletti si serve del colore per annullare entrambi e ricostituirli nella forma di un’atmosfera avvolgente fatta di luce, che accoglie il corpo e lo spirito di chi vi accede. La delimitazione spaziale perde così di significato e l’opera stessa, rinunciando ai confini fisici del suo supporto e -attraverso la rastremazione dei suoi bordi- si fa carico anche della definizione dello spazio che diventa il luogo dell’esperienza emotiva dello spettatore. Egli avverte un piacevole senso di protezione, un’aura spirituale che induce a un silenzio riverente e introspettivo. L’arte di Spalletti è quella del tempo artigianale, che segue la paziente sovrapposizione dei pigmenti, riflettendo quella variabilità della luce che nel cielo e nel mare si rivela all’artista sottoforma di qualità cromatiche. L’artista stesso compara gli esiti della stesura del colore su tavola a quelli dei maestri del ‘300/’400, in cui l’accostamento dei pigmenti sprigiona una preziosa luce intellettuale che, non diversamente dal tonalismo di Tiepolo, sfonda la superficie per aprirsi verso spazi rarefatti. Come Yves Klein, anche Spalletti si muove principalmente sulle tonalità dell’azzurro (i colori del suo mare), aggiungendovi però la predilezione per altre tinte, ognuna carica di riferimenti simbolici (bianco, rosa, grigio, ecc.). Tuttavia, mentre Klein cerca attraverso il suo Blu di sintetizzare in un’esperienza cromatica universale una quantità infinita di variabili, Spalletti fa di quelle infinite gradazioni dei colori la celebrazione della varietà come prerogativa dell’equilibrio e del bello. Il monocromatismo non è un risultato incontrovertibile ma qualcosa che si sottopone agli agenti dello spazio e del tempo, elevandoli però ad una dimensione astratta ed intellettuale rasserenante. La materia è sì entità tangibile, ma si riconosce nel colore in quanto emanazione costitutiva dello spazio.

 

 

Il colore come forma emotiva dello spazio architettonico.

 

Sala del saluto dell’Ospedale Raymond Poincaré a Garches (Francia).

Due soli interventi architettonici bastano a racchiudere il senso profondo dell’arte di Spalletti e a dimostrare come l’astrazione artistica dello spazio possa produrre qualità architettonica, soprattutto nel caso in cui questa si trovi investita di una grande responsabilità etica. Quando a metà degli anni ’90 fu chiamato insieme all’inseparabile Patrizia Leonelli ad intervenire nella sistemazione dell’obitorio dell’Ospedale Raymond Poincaré a Garches (Francia), l’artista non volle vedere personalmente lo spazio in cui avrebbe agito, ma preferì assimilarlo dai racconti degli addetti ai lavori al fine di immaginarlo e creare – come spiega la Leonelli – un «percorso di colore»² in grado di conferire un’atmosfera sacrale e accogliente ad un luogo della sofferenza. La progressiva intensificazione delle gradazioni del colore blu scandisce l’avvicinamento alla “salle des departs”. Entro un ambiente dominato interamente dai toni dell’azzurro, tre profonde arcate ospitano rispettivamente un catafalco.

«Era come se il suo colore assorbisse tutto, il dolore, le angosce, le urla … e rimaneva questo silenzio». Nell’ultima stanza, l’unico rumore non legato al colore, ma legato proprio al suono, era proprio questo leggero gorgoglio dell’acqua […]»³.

[Patrizia Leonelli in “Ettore Spalletti: lo spazio che accoglie lo sguardo”.]

Sala del saluto dell’Ospedale Raymond Poincaré a Garches [4]

L’atmosfera rarefatta crea un senso di sospensione che mitiga il sentimento negativo e contribuisce ad avvicinare intimamente il defunto ai suoi cari prima del commiato. L’unico suono in questo silenzio viene dall’acqua contenuta in una fontana sul cui fondo si trovano scolpite nel marmo nero del Belgio le sagome di tre casine. Il colore è l’essenza del progetto di Spalletti e alla sua funzione palliativa si aggiunge quella descrittiva dello spazio. La stanza del saluto, spesso relegata a squallida appendice marginale delle strutture ospedaliere, recupera qui la propria dignità e rivendica i valori di una civiltà che dovrebbe aver fatto proprio il rispetto dei defunti e del dolore dei propri cari.

Caratteristica rilevante della “salle des departs” è che essa si configura come uno spazio in cui è possibile esercitare una spiritualità laica. I simboli religiosi sono presenti, non invadenti, pur restando chiaramente visibili al devoto.

Cappella e Sala del commiato di Villa Serena a Città Sant’Angelo.

Lo stesso accade nella Cappella e nella Sala del commiato di Villa Serena a Città Sant’Angelo (Pescara), il più recente intervento di Leonelli e Spalletti. Anche qui la coppia si trova ad agire su strutture preesistenti:

  • quella della cappella, mantenuta e restaurata;
  • quella dell’obitorio, dapprima inglobata nella struttura della cappella, è stata demolita e sostituita da una più idonea e indipendente sala del commiato.

Come in una moderna basilica ravennate, la pianta a croce greca e l’austerità del rivestimento in laterizio tradiscono un interno in grado di suscitare stupore, non di certo per la ridondanza e la preziosità decorativa, ma per la grande capacità di delineare le geometrie spaziali attraverso un suggestivo dialogo di luce e colore. Di questo spazio etereo sono parte integrante le opere dell’artista che, come già detto, rappresentano la sostanza cromatica dell’intero progetto. Il colore si spande e avvolge ogni cosa, coinvolgendola in un rapporto di simbiosi con lo spazio e gli altri oggetti. Àncora visiva fondamentale è il cubo dell’altare centrale. Il suo volume monolitico, contenente la sacrestia e il confessionale, è soggetto alla mutevolezza della luce che lo colpisce. Si tratta di una luce netta, proveniente dalle aperture poste alle estremità dei bracci, che asseconda i contorni spigolosi degli interni ma al contempo è artefice della consistenza vaporosa del luogo, in cui i volumi scuri ed essenziali degli arredi liturgici sembrano levitare.                                                    

La sala del commiato è preceduta da una sala d’attesa, un ambiente minimale in cui risalta il contrasto tra il nero degli arredi frugali e del pavimento. Sulle pareti bianche le opere sembrano finestre spalancate sul blu torbido di un cielo crepuscolare. 5 celle colorate aperte su un lungo corridoio bianco rappresentano i veri e propri luoghi del commiato. Esse sono illuminate dalla luce proveniente dalle aperture del corridoio poste in asse con i catafalchi. Come a Garches, il senso di contemplazione religiosa è esemplificato dal colore azzurro, ricorrente nella produzione spallettiana come simbolo dell’immensità intangibile degli spazi marini che si fondono con quelli celesti. Al bianco è delegato il compito di distinguere lo spazio laico di una sola delle cinque celle. Uno spazio di pura luce nel quale meditare sul mistero ultimo della vita.

Cappella di Villa Serena [Interno 2]

Colore, luogo delle emozioni.

 

I progetti di Leonelli e Spalletti parlano il linguaggio della pittura. I caratteri dello spazio rientrano nel dominio dell’immaginazione e fanno dello stesso un’entità intellettuale prima che fisica su cui riflettere. Questo senza naturalmente pregiudicare il dato strutturale che comunque resta la prerogativa di un manufatto architettonico. Attraverso un approccio figurativo Spalletti diffonde il colore nello spazio quasi fosse un insieme di particelle modulato dalle poetiche vibrazioni della luce.

 

 

 

 

 

 

Fonti:

Immagini da:

 

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