Letteratura

La malinconica solitudine di un genio: Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini vede la luce il 5 marzo 1922, a Bologna, primogenito dell’ufficiale di fanteria Carlo Alberto e della maestra friulana Susanna Colussi.
Nato sotto il segno dei pesci, a detta dell’astrologia, è dotato di grande sensibilità e comprensione che tuttavia sfociano inevitabilmente in una malinconia fatale.
Carente dell’amore della figura paterna, autoritaria e senza troppi slanci d’affetto, è condannato ad una infanzia in continuo movimento, dettata dall’incarico nell’esercito del capofamiglia: da Bologna e Parma alla volta di Belluno e più tardi Cremona, sarà invece Casarsa della Delizia, città natia della madre, la dimora dell’anima dell’autore.
Gli anni del liceo sono i più fecondi, tra il germogliare di forti amicizie e l’emergere di numerosi interessi tra cui la lettura, la poesia, il disegno e il calcio.
Grazie alla brillante carriera scolastica riesce a presentarsi alla maturità con un anno di anticipo, iscrivendosi alla facoltà di Lettere a soli diciassette anni; tra le mura dell’università entra a contatto con la gioventù comunista, maturando un atteggiamento culturale antifascista e antiborghese che lo costringerà a rifugiarsi a Casarsa, in seguito al reato di diserzione.
Nel maggio del 1945 la notizia della morte del fratello lo getta in un terribile strazio che aprirà la strada ad un pessimismo esistenziale ineluttabile.
Tuttavia, in preda alla disperazione e allo sconforto, si lascia andare a rapporti occasionali con adolescenti che gli procurano, oltre a varie denunce per atti osceni in luogo pubblico, la sospensione dall’insegnamento e l’espulsione dal Partito Comunista.
Dimenticato da Dio e allontanato dagli amici, giunto in età matura, prende coscienza della sua indole di “poeta maledetto” e afferma:

 

« La mia vita futura non sarà certo quella di un professore universitario: ormai su di me c’è il segno di Rimbaud o di Campana o anche di Wilde, ch’io lo voglia o no, che altri lo accettino o no.»

 

Trasferitosi a Roma, trova la fama (ma anche il disprezzo) dapprima con i romanzi e successivamente con il cinema e il teatro, mezzi impiegati nella lotta morale contro l’arretratezza e il bigottismo italico, ormai dominato dal consumismo neocapitalistico.

 

Centrale e ambiguo è il rapporto con la madre: su di lei riverserà e orienterà tutte le sue passioni, alimentando un rapporto ossessivo, morboso e simbiotico, tanto che sarà lo stesso Pasolini a confessare il dramma di due soggetti lacerati da un travagliato legame edipico nella poesia “supplica a mia madre” (vero e proprio coming out):

 

E’ difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

 

Lirica dallo scopo liberatorio, si rivela al contrario una spietata accusa di colpevolezza: tutta l’infelicità del figlio scaturisce dall’oppressiva bontà della madre. Pier Paolo e Susanna si somigliano e l’uno ama l’altro come suo identico, come prolungamento di sé.

 

In ogni opera aleggia un’orribile spettro della solitudine, ora intesa come ascesi, ora come schiavitù.

E, quasi per la legge del contrappasso, è altrettanto presente l’adorabile visione dell’amore, simbolo dell’eterna fiamma della speranza, destinata tuttavia a essere spenta dall’amara realtà.

 

Pier Paolo Pasolini rimane un personaggio ancora da decifrare, lucido profeta, brillante cineasta, intellettuale eclettico, scomodo e sempre attuale.

Pasolini è la personificazione della fatica di vivere, dell’infelicità, dello spirito malato, portatore dello spleen baudelairien; la sua solitudine contiene, romanticamente, quel senso di precarietà tipico dell’essere umano.

Oriana Fallaci, raccontando della sua visita a New York, scrisse:

 

“Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?””

 

Il binario dell’ironia amara converge con quello della realtà il 2 novembre 1975, quando il corpo martoriato di Pier Paolo Pasolini viene ritrovato “in uno squallido sterrato non lontano dal mare, adiacente a una baraccopoli estiva dove il proletariato romano trascorre le sue povere vacanze, fingendo di essere in villa”.

 

Qualche anno prima aveva dichiarato:Amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza, con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro.”

 

Così, come solo i veri geni sanno fare, Pasolini esce di scena e chiude il sipario stendendo un alone di mistero attorno alla sua morte.

 

Bibliografia:

  • *Poesie / Pier Paolo Pasolini \Milano : Garzanti, 1999. 234 p. ; 19 cm.
  • *Lettere luterane / Pier Paolo Pasolini. Torino : Einaudi, 1980. 210 p. ; 20 cm.
  • Pier Paolo Pasolini, “scolaro dello scandalo” / Antonella Tredicine ; prefazione di Ian Chambers. Verona : Ombre corte, 2015. 133 p. ; 21 cm
  • *Ragazzi di vita / Pier Paolo Pasolini [Milano] : Garzanti, 1988. 260 p. ; 19 cm.

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