Arte Arti Visive

La Vittoria alata. La fortuna di un modello scultoreo.

Στὺξ δ᾽ ἔτεκ᾽ Ὠκεανοῦ θυγάτηρ Πάλλαντι μιγεῖσα 
Ζῆλον καὶ Νίκην καλλίσφυρον ἐν μεγάροισιν
καὶ Κράτος ἠδὲ Βίην ἀριδείκετα γείνατο τέκνα
τῶν οὐκ ἔστ᾽ ἀπάνευθε Διὸς δόμοςοὐδέ τις ἕδρη
οὐδ᾽ ὁδόςὅππη μὴ κείνοις θεὸς ἡγεμονεύῃ
ἀλλ᾽ αἰεὶ πὰρ Ζηνὶ βαρυκτύπῳ ἑδριόωνται

 

Stige, figlia di Oceano, generò, unita a Pallante,

Rivalità e Vittoria dalle belle caviglie, dentro il palazzo di lui,

e Potere e Forza generò, illustri suoi figli,

lontano dai quali di Zeus non c’è casa né sede,

né c’è via per cui ad essi il dio non comandi,

ma sempre presso Zeus che tuona profondo hanno la loro dimora.

Esiodo, “Teogonia”, vv. 383-388

 

Nella mitologia greca Nike è la giovane donna alata che personifica la vittoria militare e la vittoria della vita sulla morte. Raffigurata per esaltare i vincitori, di essa se ne ha la prima traccia letteraria nella “Teogonia” di Esiodo, poema religioso e mitologico risalente al 700 a.C. circa.

A Roma, il culto della Vittoria era inizialmente legato a quello di Giove e Giunone; in seguito divenne divinità a sé stante, identificandosi con la sorella greca e vedendosi attribuito lo statuto di divinità esclusivamente militare. In epoca imperiale, ogni imperatore si attribuì una Vittoria personale, la Victoria Augusti.

Il modello iconografico rappresentato dalla giovane donna alata registrò notevole fortuna anche nei secoli a seguire, in special modo influì sull’iconografia degli angeli cristiani.

Delineati i contorni mitologici della divinità, è rapida l’associazione mentale con uno dei più importanti e noti ritrovamenti scultorei risalenti alla Grecia ellenistica: la Nike di Samotracia, reperita nel 1867 in una grande vasca circolare all’interno del santuario dei Cabiri, ha registrato una immensa fortuna ed è stata più volte presa a modello per successive creazioni d’autore, anche contemporanee.

In origine l’intero monumento doveva essere composto da una grande prua di una nave, che dominava lo specchio d’acqua della vasca e dalla figura della dea Vittoria, che in un’impetuosa apparizione scendeva ad appoggiarsi sulla prua. La statua è collegata ad una delle vicende belliche che segnarono il passaggio tra II e III secolo a.C.

La dea è raffigurata secondo il modello classico già codificato nella Nike dei Messeni scolpita da Paionios a Olimpia oltre due secoli prima; ma l’accostamento alla vasca e l’inserimento della prua della nave significavano chiaramente una vittoria ottenuta sui mari.

La statua è pervenuta acefala e senza braccia; la dea è vestita di un leggero chitone che si schiaccia contro il corpo, diventando quasi trasparente. La violenza del movimento, il forte dinamismo sono sottolineati dall’ampiezza delle ali dalle penne rigonfie. La veste si dissolve mettendo in evidenza i seni turgidi e le morbide curve del ventre, si avviluppa intorno alle gambe leggermente discostate, sottolineando la tensione e la vitalità che prorompono dal marmo scolpito.

Nike di Samotracia, Museo del Louvre, Parigi
Nike di Samotracia (dettaglio)

 

 

 

 

 

 

 

Nike di Paionios e ricostruzione

Il movimento contenuto nella concretezza dei materiali – caratteristica degli exempla antichi – è l’elemento trasmesso e immediatamente riconoscibile in alcune straordinarie opere di artisti e scultori contemporanei; ciò prova quanto forte e persistente sia stata la memoria del modello classico.

 

Carmelo Mendola elesse la famosa donna alata “parigina” a modello d’ispirazione per la sua Nike, collocata nella punta estrema di Capo Schisò, per celebrare il gemellaggio tra Giardini Naxos e Calcide Eubea. Con lo sguardo rivolto verso il mare, la Vittoria in cera a perdere è prova concreta della riuscita sintesi operata tra lo spirito remoto ellenistico e il moderno. Lo stesso Amendola scriveva a proposito della sua Nike: “La immaginai come un ricamo di Burano, stagliarsi sullo sfondo del mare e cielo: una macrofiligrana attraverso i cui vuoti i due elementi potessero far giocare le loro seduzioni di luce e di colore. Di notte questa statua dalle arabiche volute dovrebbe sembrare sospesa nel cielo: una visione di intensa suggestività…

 

Carmelo Mendola, Nike, 1965

 

Diverso è il rapporto tra antico e moderno di cui si fa testimone l’opera di Francesco Rubino, che chiaramente gode della stessa spettacolarità e dello stesso impatto visivo dell’antecedente greco, ma che ha subito una rilettura tecnica della sua costituzione, alternando strati orizzontali ai pieni e ai vuoti. Anziché l’eterno marmo, il legno, materiale più labile. La Vittoria di Rubino è una riuscita sintesi di integrità e frammentazione.

 

Francesco Rubino, Nike, 2013

 

Francesco Rubino, Nike, 2013 (dettaglio)

La Nike è trionfo, divinità portatrice della vittoria. La rilettura del modulo classico da parte di Adolfo Wildt ha avuto come esito una risemantizzazione: non più solo celebrazione all’indomani del primo conflitto mondiale, ma dramma, grido di esultanza misto al grido di dolore. Non più un corpo femminile, ma la sua riduzione ad un solo volto e un’ala. Le forme sono lunghe e assottigliate, gli elementi fisici ridotti e protesi in avanti, la materia si fa strumento di espressione di valori spirituali.

 

Adolfo Wildt, La Vittoria, 1918-1919

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