Letteratura Prosa

Ottiero Ottieri: sfruttamento e solitudine in ‘Tempi stretti’

Gli anni ’50 rappresentano un periodo ricchissimo per la storia d’Italia: dopo il ventennio fascista, gli orizzonti si riaprono, si respira voglia di cambiamento, nasce la televisione e l’Italia da paese prevalentemente agricolo si trasforma in paese industriale. All’interno di questo contesto la letteratura e l’intellettuale occupano un ruolo centrale. Come afferma Italo Calvino, la letteratura diviene progetto cioè “parte, modello, funzione di un tutto non ancora realizzato ma pure visto come raggiungibile”; la letteratura e gli intellettuali sono in grado di proporre modelli che diano senso alla società civile e collaborino a questo clima di proiezione in avanti. La conseguenza è  una forte adesione alla realtà: non c’è possibilità di un discorso negli anni ‘50 che non faccia riferimento al reale; finita la guerra, la realtà cessa di essere un grumo di violenza, terrore, morte e torna ad essere disponibile in tutte le sue potenzialità.

All’interno di questo quadro si colloca la figura di Ottiero Ottieri ed il suo romanzo Tempi stretti. Pubblicato nel 1957, e successivamente nel 64, da Einaudi nella collana ideata da Elio Vittorini ‘I gettoni’, Tempi stretti è un romanzo industriale che nasce da un avantesto composito: i primi abbozzi del romanzo sono infatti annotati dall’autore all’interno dei suoi diari a partire dal ’51. In questi anni Ottieri, dopo essersi trasferito da Roma, città natale, a Milano, si interessa fortemente al mondo industriale cercando di conoscerlo in prima persona; come afferma egli stesso nei diari, la prima impressione derivante dalla visita in fabbrica è quella di trovarsi al centro dell’esistenza umana, l’autore si rende conto che se conoscerà e capirà il mondo industriale avrà accesso alla conoscenza dell’esistenza umana in una visione ermeneutica della società. Da qui l’idea di ambientare un romanzo in fabbrica, concretizzatasi ulteriormente dopo l’esperienza lavorativa alla Olivetti che fornisce allo scrittore un’ulteriore quantità di materiale documentario.

A partire dal primo immaginarsi della storia, Ottieri decide che i personaggi devono servire come simboli, ovvero rappresentare un tassello significativo all’interno della società industriale: Giovanni il problema dello sfruttamento, Emma quello della solitudine. Mentre l’ideazione e la prima stesura del romanzo sono legate ad una prospettiva dalla parte dei padroni, nel corso della seconda stesura, riflettendo sui materiali che ha raccolto e su ciò che ha a cuore di esprimere, Ottieri capisce che un romanzo industriale funziona se racconta dei protagonisti del lavoro di fabbrica. Il titolo mostra come l’intento dell’autore fosse quello di tenere insieme due prospettive opposte, quella dei padroni e quella degli operai: i ‘tempi stretti’ sono i tempi sempre più accorciati del lavoro in fabbrica, il problema del taglio dei tempi e dello sfruttamento sono infatti due nodi centrali del romanzo. Dai primi capitoli l’angoscia del taglio dei tempi grava soprattutto su Emma, la protagonista femminile. Tempi stretti, oltre ad essere romanzo documentario, si sofferma infatti sulle fasce deboli della produzione e sui problemi della condizione femminile, che lo scrittore ha approfondito attraverso una serie di letture sulla condizione delle donne operaie.                                                                                                         Fondamentale anche il problema dell’alienazione industriale: la meccanicità e la ripetitività del lavoro industriale permettono all’operaio di non pensare a ciò che sta facendo e di lasciarsi andare a fantasticherie che costituiscono una forma di fuga dalla realtà, il pensiero alienato dell’operaio è scandito dal ritmo del lavoro della mano sulla macchina.  

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