Cinema

“Ma dici a me?”: Martin Scorsese e “Taxi Driver” come emblemi della New Hollywood

Nel decennio 1960-1970, negli Stati Uniti, dopo le sperimentazioni del cinema underground, che segnano la carriera di molti importanti artisti statunitensi, come Andy Warhol, nasce una nuova concezione di cinema che punta ancora al rinnovamento, al sovvertimento, senza però dimenticare il contributo fondamentale della tradizione: questi sono i germi che porteranno allo sviluppo del fenomeno della New Hollywood. In questo panorama fiorisce la carriera di numerosi registi di spicco del cinema americano, come Dennis Hopper e Francis Ford Coppola, ma non bisogna neanche dimenticare il contributo fondamentale offerto da un giovane artista di provenienza, in parte, italiana: Martin Scorsese.

Scorsese è un regista che nutre, all’interno del suo cinema, una grande passione cinefila: i suoi contenuti, le sue tecniche e in generale tutte le sue ispirazioni sono in parte tratte da spunti provenienti da una conoscenza della storia cinematografica, in cui si può riconoscere una predilezione per i modelli più eversivi, visionari, disturbanti e alienanti. E le tematiche alla base di tutto il suo cinema sono perfettamente in sintonia con questa atmosfera compositiva: la violenza istintiva dell’uomo, la colpa e il peccato sono dimensioni in cui i protagonisti dei suoi film, individui sempre scissi nella propria psiche, rimangono intrappolati. I loro cammini esistenziali assumono le fattezze di un viaggio all’inferno senza alcuna possibilità di ritorno.

Certamente non esiste frase migliore di questa per riuscire a descrivere la traiettoria fisica, psicologica ed esistenziale di Trevis, protagonista di un film-manifesto del nuovo modo di fare cinema della New Hollywood: “Taxi Driver”. La narrazione si concentra su alcuni episodi della vita di un ex soldato della guerra in Vietnam che, soffrendo di insonnia a causa di un evidente disturbo post-traumatico da stress, è spinto a trovare un lavoro notturno, scegliendo così di fare il tassista. Fin qui tutto appare piuttosto semplice, ma il film svela pian piano la propria vera natura: lo sguardo della macchina da presa sembra allora seguire gli spostamenti di un individuo paranoico, isolato in un contesto sociale alienante e degradato dal quale non riesce a liberarsi, sullo sfondo di una New York notturna e deformante, vera rappresentante della follia metropolitana.

Trevis, è un individuo problematico, estremamente frammentato, che non riesce più a reinserirsi nella società dopo aver vissuto un esperienza traumatizzante come quella della guerra in Vietnam. Il film, in particolare, sembra concentrarsi proprio sulle conseguenze che possono derivare da un evento destabilizzante come questo: la scelta di un lavoro poco pagato e senza sbocchi, caratterizza la situazione di molti ex veterani, individui che hanno subito violenti traumi fisici e psicologici e che la società, violenta, ingrata e corrotta, non è riuscita a ricompensare. La solitudine e l’alienazione sono altri due tratti caratteristici di coloro che incolpano dei propri demoni interiori uomini che rappresentano ciò che c’è di sbagliato nella società, scatenando contro di loro una violenza che si trasforma spesso in follia omicida.

La splendida interpretazione di un giovane Robert De Niro, rimasto celebre per la famosissima scena del monologo allo specchio, affidata alla sua originale improvvisazione, contribuisce ad accentuare ancor di più un livello in cui la visionarietà si fonde con la realtà. Un mondo oscuro e allucinante che deforma la dimensione spaziale e quella temporale: Scorsese si serve di falsi raccordi di movimento, ralenti, frequenti salti temporali, per trasportare il suo spettatore in un universo di morte, dolore e violenza.

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