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La felicità nella frenesia del 21° Secolo

Io lotto contro l’idea che la felicità stia nella capacità di comprare cose nuove. Non siamo venuti al mondo solo per lavorare e per comprare; siamo nati per vivere. La vita è un miracolo; la vita è un regalo. E ne abbiamo solo una.” (José Mujica, politico uruguaiano).

Oggi, cullati dalle comodità offerte dalla tecnologia ma al contempo oppressi dalla frenesia degli impegni quotidiani, sembra a volte complicato, se non impossibile, raggiungere e soprattutto mantenere, uno stato emotivo di serenità e soddisfazione. Eppure, il desiderio di essere i protagonisti di una vita felice è da sempre insito nell’indole umana; nelle continue scelte, ciascuno segue le migliori alternative che favoriscono il benessere personale.

Secondo il pensiero condiviso maggiormente nella cultura occidentale, questo sembrerebbe garantito dalla presenza di alcuni singoli fattori tra i quali fama, ricchezza e posizione sociale: presunti traguardi che, però, riportano ad una concezione materialistica dell’esistenza umana. A contraddizione di questo, diversi studi dimostrano come sia la compresenza di più elementi a contribuire al benessere soggettivo delle persone, sin dal loro progressivo avvicinamento all’età adulta. Unitamente a caratteristiche poco modificabili, come qualità dell’adolescenza e sfumature di personalità, e ad altre più soggettive, come obiettivi personali e rete di legami sociali, le ricerche sottolineano come siano gli individui stessi i potenziali artefici del proprio pensiero positivo e di conseguenza della propria felicità. “Una delle più grandi scoperte della mia generazione è che un essere umano può cambiare la propria vita semplicemente cambiando il proprio modo di pensare” sosteneva lo psicologo e filosofo statunitense William James.

Il Subjective Well-Being fu descritto da Diener (1984) come il modo in cui le persone considerano la propria vita, relativamente a emozioni, affetti e soddisfazione globale. Sono, però, variabili come demografia, personalità e cultura ad influenzare l’intensità della felicità. Il “Pensiero Positivo”, definito come compresenza di soddisfazione di vita, autostima ed ottimismo (Caprara e Steca, 2006), è la capacità di monitorare le proprie emozioni unita alle proprie credenze affettive, interpersonali e sociali; determina il grado di visione positiva che le persone hanno su sé stesse, la propria vita ed il futuro. Secondo Headey e Wearing (1992) eventi e circostanze influiscono solo temporaneamente sulla felicità, mentre per quanto riguarda gli obiettivi le persone si sentono più motivate nell’intraprendere progetti impegnativi ma coinvolgenti, adottando strategie più efficaci che mettano costantemente alla prova le proprie capacità. In questo modo, si rafforzano gratificazione e controllo sugli eventi della propria vita (Tedeschi, Normann, 1985).

Relativamente al periodo di vita della prima età adulta, una ricerca svolta nel 2012 dall’Università di Laval (Canada) su un campione di studenti universitari, ha confermato l’importanza della rete sociale sul benessere degli stessi, attraverso il supporto contemporaneo di genitori, amici e partner, rispetto all’autonomia. Le differenze cross-culturali riflettono una diversa importanza di priorità e valori sociali: mentre la ricchezza economica di una nazione corrisponde a buoni livelli di felicità e benessere, la soddisfazione di vita è influenzata dal tipo di cultura. In quelle di tipo individualistico è primaria l’importanza di pensieri, scelte e sentimenti della singola persona, e sono quindi le circostanze personali ad avere un impatto diretto sul grado di felicità; diversamente, in quelle collettivistiche vi è maggior propensione a fare dei sacrifici personali per il benessere del gruppo di appartenenza, ed il rispetto delle norme sociali; ed è proprio il valore di queste rinunce e doveri, ad accrescere la gratificazione personale.

 

Concludendo, se la naturale tendenza umana alla ricerca della felicità resta in parte limitata da caratteristiche demografiche e genetiche, l’abilità di introspezione e le convinzioni personali possono sempre cambiare e perfezionarsi in funzione della situazione: in ciascuna esperienza, tra le diverse “alternative percorribili” definite da G.A. Kelly (1955), ogni persona sceglierà quella che per sé considera la migliore, in modo più o meno consapevole. Accogliendo la felicità come un percorso, e non una meta da raggiungere, la positività trova significato come motore che permette di affrontare le sfide della vita con determinazione per trovare e ri-trovare soddisfazione e benessere. Daniel J. Boorstin, storico americano, sosteneva: “Il coraggio di immaginare alternative è la nostra più grande risorsa, capace di aggiungere colore e suspense a tutta la nostra vita.”

 

Bibliografia

 

Carmel L. Proctor, P. Alex Linley, John Maltby (2009). Youth Life Satisfaction: A Review of the Literature. Journal of Happiness Studies, n.10, 583–630.

Ed Diener (2000).  Subjective Well Being. The Science of Happiness and a Proposal for National Index. American Psychologist,  Vol.55, n.1, 34-43.  University of Illinois at Urbana-Champaign .

  1. V. Caprara, P. Steca (2005). Affective and Social Self-Regulatory Efficacy Beliefs ad Determinants of positive Thinking and Happiness. European Psychologists, 2005, Vol.10, n.4, 275-286.
  2. J. C. Forgeard, M. E. P. Seligman (2012). Seeing the glass half full: A review of the causes and consequences of optimism. Pratiques Psychologiques, n.18, 107-120, University of Pennsylvania, Philadenphia, USA
  3. F. Ratelle et al. (2012). University Students’ Subjective Well-being: The Role of Autonomy Support from Parents, Friends and the Romantic Partner. Journal of Happiness Studies, Published online (Springer Netherlands), Université Laval, Québec, Canada.
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    By: Isabella Biasiolo

    Nome: Isabella Biasiolo
    Formazione: Psicologa di Comunità, Esperta in Psiconeuroimmunologia e Stress, Educatrice Prenatale e Neonatale.
    Interessi: psicologia, psicosomatica, relazioni, maternità, filosofia, lettura, musica; arte, architettura e moda del passato.
    Descrizione: non sono l’esperta che cerca sintomi patologici per ridurre l’individuo ad un’etichetta diagnostica, ma è la persona che ho davanti a dovermi prestare gli occhiali coi quali percepisce il mondo.

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