Letteratura Prosa

Calaciura: Borgo Vecchio e la periferia del male Favola e crudeltà nell'ultimo romanzo dello scrittore palermitano

I banchi del mercato. Domenica mattina. La piazza è affollata di venditori improvvisati e acquirenti che inseguono l’illusione di una miracolosa occasione. Tra tutti gli ambulanti un uomo che vende «la solitudine di una scarpa». Di settimana in settimana siede a fianco al suo desiderio di vendetta, nell’attesa del ritorno dell’autore del furto della scarpa gemella. Una volta sola era stato sul punto di rinunciare al suo progetto di vendetta: un cliente, sciancato, era venuto da un paese della provincia proprio per quella scarpa. «Collimavano le misure, ed era quella che cercava e mentre il vecchio venditore gli faceva notare le rifiniture delle cuciture a mano, la resistenza della stringa, la morbidità delle pelli entrambi, improvvisamente, si guardarono in faccia perché avevano sentito la risata senza pietà di Dio: la scarpa era perfetta, ma per il piede mancante.»[1]

La scena, descritta nelle pagine finali dell’ultimo romanzo di Giosuè Calaciura, è la sintesi del palinsesto in cui sono inserite le vite dei piccoli Mimmo, Cristofaro e Celeste, insieme a quelle di Totò il rapinatore, Carmela, prostituta del quartiere, e Nanà, il cavallo campione del Borgo Vecchio. Le loro vicende si incrociano nella realtà liminare del quartiere, dove i confini tra mondo umano, animale e divino sono annullati. Animali e uomini, infatti, condividono fraternamente lo stesso destino, scontano lo stesso «peccato originale» che hanno ereditato nascendo tra questi vicoli.
Organismo chiuso ad ogni ingerenza esterna, nel Quartiere il tempo è immobile: non scorre ma si stratifica, racchiuso nelle mura stesse dei palazzi che sono «sedimenti calcarei di storia più antica sino ai tempi geologici del taglio originale»[2]. Giorni, anni e secoli così si fondono in un «qui e ora» che è presente e preistorico, in cui gli abitanti del Borgo sono fossilizzati: il loro destino è un calco sempre identico, occupato  da padre in figlio, di generazione in generazione.
Una dimensione divina presiede alla vita del quartiere, punendo e graziando con manifestazioni tangibili, che coesistono fianco a fianco alla miseria tutta umana dei residenti. Anche il Cielo sembra, però, negare e punire evasione e ogni tentativo di cambiare l’ordine del quartiere è destinato a fallire.
A nulla serve l’epopea di Totò, figura quasi cristologica[3], che promette a Carmela, Celeste e Cristofaro un nuovo mondo, meno violento e ingiusto: alle prime offre il riscattato agli occhi del Borgo sposando Carmela, all’altro la libertà dalla violenza serale del padre minacciando una pallottola in fronte. Ma Totò è un salvatore a metà, macchiato dallo stesso peccato originale di quelli che vuole salvare e alla fine sarà lui il bersaglio della pallottola fatale, che nega ogni rinascita. Così il rapinatore non adempirà né al ruolo messianico di Figlio né a quello di padre che, pur nella sua natura tutta terrena, dovrebbe proteggere Celeste e Cristofaro dal male tollerato dal Padre divino. Alla sua morte non seguirà resurrezione ma l’angosciosa consapevolezza di un’ineluttabile condanna, «la definitiva certezza che avrebbero continuato a ruminare per sempre la stessa miseria.»[4]
Il mare, confine estremo del quartiere, è allora la soglia che Mimmo e Celeste varcheranno per uscire per sempre dal Borgo e dalla favola crudele della loro infanzia, mentre un’alba identica ad ogni altra sta per sorgere.

Calaciura racconta qui, con lucidissimo occhio incantato, quei luoghi «resistenziali»[5], dove povertà e miseria chiudono ogni orizzonte esterno, traducendo con una lingua ora lirica ora puramente realistica il potentissimo affresco della loro disperata  realtà. Ma l’operazione di Calaciura è ben lungi dall’esaurirsi in una rappresentazione localizzata del male, a cui i romanzi criminali e la serialità mediatica ci hanno ormai abituato: Borgo Vecchio perde qui tutti gli agganci geografico-cronologici e diventa periferia dell’anima. Dell’omonima periferia palermitana non conserva che il nome e l’eco di qualche voce dialettale assorbita nella lingua dell’autore. Questo breve ma densissimo romanzo rovescia quello che sembra oggi il punto di osservazione privilegiato da cui guardare il male e la violenza, scegliendo di non rappresentare il cuore nero delle nostre realtà cittadine ma un luogo universalmente resistenziale della nostra natura umana, l’atroce malga della crudeltà dove male e miseria mostrano la nostra collettiva condanna alla bestialità.

Annullato il confortevole distacco che le narrazioni localizzate ci permettono di mantenere, il male ci viene qui addosso e nemmeno la fuga finale dei due piccoli protagonisti ne attutisce l’impatto. L’unica consolazione è il miraggio olfattivo del pane

[1]    G. Calaciura, Borgo vecchio, Sellerio, Palermo 2017 p.99

[2]    G. Calaciura, Borgo …cit., p.111

[3]    M. Benfante, Quei ragazzi senza futuro nell’inferno del quartiere, «la Repubblica – Palermo», 23/04/2017 p.14-15

[4]    G. Calaciura, Borgo..cit., p.98

[5]    D. Trischitta, Palermo dell’ingiustizia, «La Sicilia», 10/06/2017 p.16

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*