Cinema

La Vita di Adele Il trionfo della realtà sulla finzione

La vita di Adele – capitoli 1 e 2 è un film toccante, crudo, viscerale.

Tra chi urlava al capolavoro e chi gridava allo scandalo, è riuscito ad aggiudicarsi la Palma d’Oro a Cannes nel 2013: direttamente dalle mani di Steven Spielberg, i premi, eccezionalmente consegnati anche alle due attrici protagoniste oltre che al regista, hanno spaccato la critica e il pubblico nel delicato periodo della svolta sulla questione dei matrimoni gay.

Liberamente tratto dal graphic novel di Julie Maroh, la pellicola di Abdellatif Kechiche stravolge il fumetto, rendendolo più aderente alla realtà, enfatizzando alcuni aspetti e trascurandone altri.

Il romanzo grafico, intitolato “il blu è un colore caldo”, ruota attorno alla storia d’amore di Emma e Clémentine, che affrontano i problemi di una coppia omosessuale in una società bigotta e omofoba;

da un racconto piuttosto stereotipato e strappalacrime (il tragico epilogo prevede la morte di Clémentine) Kechiche è riuscito a “costruire” una delle storie d’amore più realistiche e travolgenti degli ultimi anni.

 La vita di Adele – capitoli 1 e 2 non mette in scena la relazione di due lesbiche, né tantomeno si prefigge l’obiettivo di far parlare di sé con i tanto criticati diciassette minuti di sesso lesbo esplicito.

Ciò che colpisce e tiene incollati allo schermo per tre ore è la rara naturalezza degli attori, la semplicità dei dialoghi, i luoghi quasi familiari, la raffigurazione di esperienze comuni a tutti gli esseri umani: la scuola, i compagni, il primo bacio, il primo rapporto, l’insoddisfazione, la delusione, il bisogno di amore.

Nel capitolo 1, grazie all’adolescente Adèle, siamo catapultati a Lille, Francia settentrionale, poco distante da Parigi ma abbastanza da respirare aria di “periferia”;

i primi quarantacinque minuti sono interamente riempiti da primi piani che ci permettono di fare irruzione nella sua quotidianità: la accompagniamo in treno, al liceo, assistiamo ai discorsi con le amiche, ci sediamo a tavola con la sua famiglia e la scrutiamo mentre divora un piatto di spaghetti alla bolognese. Come se non bastasse, diventiamo voyeur quando, per la prima volta, si concede ad un ragazzo e la seguiamo mentre si dimena, ansima e raggiunge l’amplesso senza mai abbandonarsi completamente.

L’inaspettato incontro di sguardi con Emma, fino alla conoscenza vera e propria in un locale gay dove Adèle entra per puro caso, saranno gli avvenimenti che segneranno per sempre la sua esistenza.

Kechiche si rivela un maestro nella caratterizzazione dei personaggi: Adèle quando mangia si sporca, è maldestra, si tocca spesso i capelli, fuma frettolosamente, adora leggere, dorme con la bocca socchiusa e vuole diventare una maestra, mentre Emma è al quarto anno di Belle Arti, ha i capelli blu, disegna, dipinge, è determinata, sa esattamente ciò che vuole e proviene da una famiglia borghese.

Da una parte la ragazza acerba, tenera, famelica, dall’altra una giovane donna, esperta, scaltra.

Due facce della stessa medaglia che riescono a dividere il pubblico, a renderlo partecipe, a farlo parteggiare per una o per l’altra senza mai dimenticare che è Adèle la protagonista.

Intrapresa la relazione, continuiamo a fiancheggiarla, la cinepresa rimane a qualche centimetro dal suo volto, dal suo corpo e noi con lei; anche nei momenti di intimità, in preda alla passione, al delirio amoroso, tra movimenti convulsi e orgasmi, riusciamo a trovare il nostro spazio e a godere del loro amore.

Il capitolo 1 si chiude con i festeggiamenti del diciottesimo compleanno di Adèle, che saluta la sua adolescenza ballando sulle note di I follow rivers:

 

Oh I beg you, can I follow?
Oh I ask you, why not always?
Be the ocean, where I unravel
Be my only, be the water where I’m wading

You’re my river running high
Run deep, run wild

I, I follow, I follow you
Deep sea baby, I follow you

 

quasi a dichiarare di voler seguire il suo cuore anche a costo di annullare se stessa, disposta a lasciarsi travolgere da questo fiume in piena che è l’amore di Emma.

Nel capitolo 2, ovvero l’età adulta, lavora come maestra e nel tempo libero scrive racconti per bambini, si prende cura della casa  e sostiene la precaria attività di pittrice di Emma che cerca di farsi strada nel mondo dell’arte.

Ritroviamo una Adèle più matura, che risulta però a disagio nell’ambiente radical chic in cui si è calata per amore; il peso della routine si fa sempre più ingombrante, il lavoro ruba troppo tempo, nascondere l’omosessualità a scuola diventa un’impresa e partecipare a cene con amici si rivela frustrante.

Trascurata e infelice, Adèle cede alle avances di un collega, compromettendo irrimediabilmente il rapporto di coppia che si sgretola sotto ai suoi occhi.

Così si conclude il film: una giovane donna avvolta in un abito blu, si accende una sigaretta e, dandoci le spalle, si avvia verso una nuova esperienza, pronta a rischiare e a soffrire di nuovo, più consapevolmente.

La vita di Adele – capitoli 1 e 2 è un film toccante, crudo, viscerale.

La vita di Adele non è un film sull’omosessualità, non denuncia la società ipocrita, la mentalità arretrata. Non solo, perlomeno.

Non vuole essere un film politicamente corretto né, al contrario, suscitare scandalo.

La vita di Adele ci regala in primis una storia d’amore, che riguardi due ragazze lesbiche è irrilevante, come sono marginali anche le scene di sesso, sfortunatamente al centro delle polemiche che hanno oscurato la purezza e l’autenticità di questo film.

La vita di Adele racconta la vita di tutti noi, le prime volte che ci entusiasmano finché non le viviamo e ne rimaniamo delusi, l’inadeguatezza che ci attanaglia, la ricerca della propria essenza, la necessità di condividere il peso dell’esistenza e il famelico bisogno di amore.

 

Hajrina Gufka

 

 

 

Bibliografia/filmografia:

Il *blu è un colore caldo, Julie Maroh; traduzione di Federica Zicchiero
Milano: Rizzoli Lizard, 2013, 158 p. : fumetti ; 24 cm

– visione dei film: La vita di Adele, Cous cous, La venere nera, La schivata, La faute à Voltaire, regia di Abdellatif Kechiche.

 

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