Letteratura

All’interno della militanza critica di De Sanctis lettore di Dante

Tra i maggiori intellettuali del XIX secolo, Francesco De Sanctis è stato un protagonista indiscusso del dibattito culturale e della scena politica italiana dal 1848 al 1883, anno della sua morte.

Il Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Francesco De Sanctis (28 marzo 1817-28 marzo 2017) si è proposto di restituire agli studiosi una visione completa e articolata della figura e dell’opera del grande intellettuale e di organizzare, nel corso del 2017 e degli anni successivi, una serie di convegni internazionali, seminari di studio, eventi, attività, mostre e appuntamenti culturali in suo nome.

Rinviando al sito del Comitato per maggiori informazioni circa gli eventi in programma, di notevole interesse risulta l’attività critica svolta da De Sanctis intorno all’opera di Dante.

Nel frammento autobiografico dettato alla nipote Agnese l’intellettuale ritorna con la memoria alle sue lezioni giovanili su Dante nella scuola di Vico Bisi e in pagine di grande vivacità evoca l’atmosfera della scuola, il sentimento ricco di entusiasmo della scoperta del testo, l’impostazione critico-esegetica della lettura poetica. De Sanctis, avvertendo il fascino della poesia dantesca, si propose di chiarirne criticamente il fondamento. Cominciò così un percorso ermeneutico che si sviluppò per più di un trentennio, arrivando a conclusione con il capitolo sulla Commedia nella Storia della letteratura italiana.

La lettura desanctisiana non prescindeva affatto dalla trama e dalla complessa costruzione della Commedia, la lettura integrale era infatti essenziale per comprenderne la poeticità. I riassunti delle lezioni sul genere lirico, sul genere narrativo e drammatico, sulla storia della critica, raccolti nei Quaderni degli allievi tra il 1841 e il 1846, rappresentarono l’inizio di una svolta decisiva nella storia della critica dantesca. Il giudizio desanctisiano non è mai una generalizzazione non argomentata e si fonda sulla lettura diretta del testo. L’analisi del critico è particolareggiata, profonda e strettamente legata al suo gusto letterario; nasce inoltre dal confronto con i commenti precedenti, da Gioberti a Schlegel, da Hegel a Villemain e Sismondi, senza però mai sottovalutare la peculiarità di un personalissimo itinerario interpretativo. Nelle lezioni di grammatica degli anni Quaranta egli studia del poema dantesco soprattutto la formazione linguistica intuendone, da grande conoscitore della lingua del Trecento qual era, la grandezza e il primato: Dante era il fondatore della lingua italiana.

Altro merito di De Sanctis è stato quello di intendere la Commedia innanzitutto come grande opera poetica nella chiara consapevolezza che solo un’esegesi estetica potesse chiarire i termini dell’immortalità del poema dantesco: il mondo da lui rappresentato diventava vivente in virtù della poesia, e non per l’allegoria o per le storie e le vicende politiche, le quali appartenevano a un’epoca ormai sparita di lotte e passioni spente. Fin dalle prime lezioni De Sanctis si pose dunque l’obiettivo di ricercare Dante poeta, al di là del testo storico, allegorico e politico.

La scuola di Vico Bisi finì con la repressione borbonica nel 1848 e De Sanctis conobbe l’esilio per cinque anni fino all’approdo a Torino nel 1853.

Nel capoluogo piemontese cominciò per il critico un secondo tempo dantesco che si attuò in due corsi, il secondo dei quali introdotto da una brillante Esposizione Critica della Divina Commedia. In essa egli delineò i caratteri delle tre cantiche e ne precisò gli aspetti fondanti: l’atmosfera “cupa e fiera” dell’Inferno, la soavità e la tenerezza del Purgatorio fino all’“onda melodiosa che ti sveglia nel core ineffabili moti” del Paradiso. La prima lezione desanctisiana si apriva con un’affermazione spesso ripetuta in altre occasioni: “La Divina Commedia è la più vasta unità che mente umana abbia concepita”. La materia del poema per il critico era immensa, autentica “enciclopedia del medioevo” e De Sanctis ne elencava i punti fondanti: teologia, filosofia morale, politica, storia, mitologia, annotando come soffermarsi su uno specifico argomento scambiandolo per il “tutto”, strada percorsa dagli antichi commentatori, significava perdere di vista il “sostanziale di un’opera d’arte” che consiste nella forma che compone e vivifica. Comincia qui a delinearsi la ricerca desanctisiana del concetto di forma. È “il vivente, la vita nella sua integrità” che De Sanctis cerca e individua nel poema dantesco. Compito del critico è capire come questo processo creativo si compia fino a diventare fatto poetico, le lezioni torinesi sono indirizzate a questo.

De Sanctis dedicò poi tre intere lezioni alla personalità di Dante con pochi cenni biografici e un’ampia interpretazione psicologica sull’amore per Beatrice, alla quale dedicò un’ampia conferenza. Nella Commedia Beatrice, “l’antica fiamma” della giovinezza di Dante, che gli faceva “tremar” il sangue, come si avverte nelle composizioni liriche, si tramuta nella donna “santificata e idealizzata”.

Il critico afferma poi il problema della caratterizzazione dell’Inferno evidenziando come Dante abbia saputo trasformare in “sublime” le tenebre dell’Inferno e creare “il regno della morte, della morta gente”, ovvero un mondo eterno e immobile che fa da sfondo alla folla confusa dei dannati. Il carattere dell’Inferno è assimilato da De Sanctis a quello del demonio, concepito come rappresentante del male assoluto.

Queste conferenze ebbero notevole successo. Il critico era consapevole della portata innovativa delle sue interpretazioni; nel frattempo si era ormai diffuso in tutta Europa il culto di Dante, anche per opera di Foscolo e Rossetti.

Al Purgatorio De Sanctis dedicò cinque lezioni nelle quali si preoccupò soprattutto di chiarire la concezione e la situazione poetica della cantica evidenziando come, mentre la poesia dell’Inferno è drammatica, quella del Purgatorio è descrittivo-didattica.

Nel 1856, in seguito all’offerta di insegnamento del Politecnico di Zurigo, De Sanctis si trasferì nella città elvetica e cominciò così in Svizzera il terzo tempo dei suoi studi danteschi. La novità di queste lezioni è rappresentata dalle 17 conferenze sul Paradiso in cui l’intellettuale si interrogava sul problema di come la forma, che è ciò che rende poetico un testo, si realizzasse nella cantica, dovendo rendere l’infinito. Emerge da queste lezioni lo sforzo di andare oltre la sua stessa concezione estetica per chiarire la natura di quella poesia che definiva “un mondo nuovo, lirico musicale, un altro genere di poesia”. A De Sanctis non riuscì di rispondere alla sua stessa domanda ma a lui va il merito, ponendo la questione centrale della poeticità della cantica, di aver aperto un percorso che ha condotto, a partire da Giovanni Getto, al pieno riconoscimento poetico del Paradiso.

Dopo quattro anni a Zurigo De Sanctis rientrò a Napoli e cominciò un lungo periodo di impegno politico che lo portò all’abbandono dell’attività ermeneutica; tuttavia apparvero nel 1869 tre saggi su Francesca da Rimini, Farinata e Ugolino. Negli anni dei saggi, il critico era poi impegnato a scrivere il suo capolavoro, la Storia della letteratura italiana. Nei due capitoli dedicati a Dante l’autore riprende concetti già espressi nelle lezioni dantesche ma precisandoli in modo più netto. A conclusione del suo scritto De Sanctis consacra così il poema: “Il concetto della nuova civiltà, di cui avevi qua e là oscuri e sparsi vestigi, è qui compreso in una immensa unità, che rinchiude nel suo tutto lo scibile, tutta la coltura e tutta la storia”. Per conseguire l’effetto poetico, a Dante basta “una sola parola comprensiva”.

Al di là del consenso o meno con le interpretazioni su Dante, le idee e le pagine desanctisiane mantengono intatta la loro forza concettuale e hanno il timbro della classicità, quelle interpretazioni sono dotate di forza vivente.

 

BIBLIOGRAFIA

G. Bianco, De Sanctis lettore di Dante in “Studi desanctisiani. Rivista internazionale di letteratura, politica, società”, Pisa-Roma, Serra, 2017.

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