Cinema

Disumanizzazione e ricerca dell’identità: Blade Runner e la sfida evolutiva richiesta da una società distopica

Io… ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi.”

Questa conosciutissima frase, ormai entrata a far parte dell’uso comune, deriva dal monologo finale dell’androide Roy Batty, antagonista di Rick Deckard, personaggio interpretato da Harrison Ford nella pellicola Blade Runner, produzione originale di Ridley Scott del 1982. Collocandosi a quasi dieci anni di distanza dalla produzione di Il mondo dei robot – Westworld, il film di Scott si fece promotore di una più raffinata e approfondita analisi filosofico-morale relativa al tema dell’intelligenza artificiale, presentando una cruda e distopica storia di disumanizzazione di un’umanità ormai sterile e destinata all’estinzione.

In un’epoca cupa e dai richiami religiosamente apocalittici in cui la Terra non ha più niente da offrire perché irrimediabilmente deturpata dall’inquinamento, gli uomini sono costretti ad abitare le così dette colonie extra-mondo. Tuttavia, anche se ambientato in un futuro dalle atmosfere a metà tra il cyberpunk e il noir futuristico, il primitivo processo di colonizzazione richiede la necessaria presenza di un meccanismo altrettanto barbaro, quello della schiavitù.

Ed è proprio a questo scopo che l’uomo riesce a dar vita ai Replicanti, androidi programmati per svolgere i lavori più pericolosi e faticosi e per garantire il massimo soddisfacimento di tutti gli impulsi umani. Eppure, realizzare macchine che raggiungono lo stesso grado di intelligenza del proprio creatore si rivela, come sempre, un’arma a doppio taglio: la possibilità che i Replicanti sviluppino delle emozioni è troppo reale e il pericolo di una rivoluzione è troppo imminente per lasciare le cose come stanno. Il corpo di polizia dei Blade Runner ha proprio lo scopo di individuare i Replicanti appartenenti alle serie Nexus 6 e di “ritirarli dal mercato”, privandoli di un’esistenza già resa drammatica da un limite di vita di soli quattro anni.

Il film di Scott si fece portavoce di una critica tagliente nei confronti di una società in cui il termine “uomo” non ha più alcun significato: una considerazione che rende sempre più labile e ambiguo il confine che separa gli esseri umani dai Replicanti. In una simile realtà distopica, il protagonista anti-eroe viene sempre più assalito dai dubbi riguardo la veridicità della propria identità, compiendo un percorso che si snoda tra test psicologici, vecchie fotografie e ricordi che potrebbero essere frutto di un falso innesto mnemonico. La dimensione onirica che sottende tutta la narrazione cinematografica del Director’s Cut del 1992 contribuisce ad accentuare ancor di più il dubbio e l’ambiguità relativa alla componente fondamentale della propria identità, vanificando costantemente gli sforzi del protagonista e associandosi a simboli carichi di oscuri significati interiori, come l’origami di un unicorno.

Una dimensione onirica che nel sequel al capolavoro di Scott, Blade Runner 2049, si carica di rimandi alle vicende che contraddistinguono l’evolversi della storia di Deckard e Rachel e sulla cui fuga si chiude il primo film. Contrassegnato dall’inconfondibile tocco sci-fi di Denise Villeneuve, regista di altri film appartenenti al genere come Interstellar e Arrival, Blade Runner 2049 si concentra sulla creazione di una nuova generazione di Replicanti costretti a subire la stessa spersonalizzazione a cui erano già stati designati gli umani. Una mancanza profonda che spinge il protagonista, K, alla ricerca di un’identità associata ad un nome e ad una storia. Una ricerca drammatica che infine lo condurrà ad una constatazione innegabile:

Morire per una giusta causa è la cosa più umana che possiamo fare.”

Il sequel di Villeneuve amplifica ed estremizza le riflessioni bioetiche insite nell’opera originale di Scott, ipotizzando lo svelamento dei misteri insiti nel meccanismo della procreazione: esiste realmente per i Replicanti la possibilità di preservare la propria specie tramite il concepimento? La trama del film dedica ampio spazio all’analisi dell’innovativa tematica dell’amore tra le macchine, sentimento forse paradossale in grado di condurre al raggiungimento dell’anello mancante di una nuova evoluzione. Un miglioramento destinato a cancellare dagli annali della storia il fallimento di un’umanità ormai condannata alla sterilità.

 

Roberta Giudice

 

 

 

 

Bibliografia:

visione di: Blade Runner, Director’s Cut 1992, Ridley Scott;

Blade Runner 2049, 2017, Denise Villeneuve.

 

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