Letteratura Prosa

Il femminismo scientifico e la battaglia di Maria Montessori

Il nome di Maria Montessori ci fa pensare immediatamente al suo ruolo di educatrice e pedagogista; è doveroso se si pensa all’influenza positiva che i suoi studi hanno avuto sulla pedagogia di oggi.                                                Tuttavia, forse ha messo in ombra agli occhi di molti la sua battaglia a favore delle donne; per buona parte della sua vita anche questa sarà fondamentale e caratterizzerà il suo pensiero e il suo impegno sociale.

Nel 1896 è tra le poche donne che si laureano all’Università di Roma, specializzandosi in medicina. Riesce in quella che allora era una vera impresa per una donna; infatti per il gentil sesso l’accesso agli studi universitari, ma soprattutto alle facoltà scientifiche, era non privo di ostacoli.

Nello stesso anno è già attiva in associazioni che mettono al centro le donne e i loro diritti; tanto che viene mandata a Berlino per rappresentare le donne italiane al Congresso Femminista Internazionale. La sua presenza è fondamentale, poiché prende le parti di un gruppo di femministe socialiste e chiede per il sesso femminile una retribuzione analoga a quella degli uomini.

Nel luglio 1899 viene scelta dal Ministro della Pubblica Istruzione per rappresentare il governo italiano al congresso femminista di Londra, dove porterà il tema del lavoro intellettuale delle donne; in particolare dice di voler «innamorare le donne della scienza», in quanto essa non è una disciplina che soffoca i sentimenti, ma, al contrario, li estende. Inoltre, ritiene che la scienza abbia bisogno della potenza e dell’eco che può arrivarle unicamente dal mondo femminile.

La Montessori insiste sul fatto che proprio grazie a loro la scienza non sarebbe più stata elitaria, bensì popolare; è proprio questo il nodo principale del femminismo scientifico [1] di cui lei è la voce. È una particolare declinazione del movimento femminista che vuole fermare il monopolio scientifico degli uomini e insieme donare alla scienza il punto di vista delle donne; ma a trarre vantaggio da questo connubio non sarebbe stata solo la scienza; infatti la donna ne avrebbe ottenuto elevazione intellettuale ed emancipazione sociale.

Ecco che la Montessori mira a: «scardinare l’iniqua convinzione dell’inferiorità naturale della mente femminile e della sua conseguente inadeguatezza ad applicarsi in studi o professioni ad alto contenuto intellettuale, scientifico». Posizioni che appaiono agli occhi della giovane scienziata, non soltanto offensive e discriminatorie nei confronti delle donne ma gravi, in particolare, perché le escludono su basi pregiudiziali dalla partecipazione attiva alla vita sociale e politica, riconfermando una presunta subalternità, le cui radici affondano in un retaggio storico-culturale che non ha alcun fondamento scientifico.[2]

La pedagogista non esita ad accusare alcuni colleghi di essere cattivi scienziati e misogini, quando questi sostengono l’inferiorità organica della donna; motivo infondato per cui si oppongono all’ingresso del sesso femminile nel mondo delle scienze.

Il 18 maggio 1902 a Roma si tiene una conferenza che ha per oggetto il futuro delle donne; la Montessori in questa occasione presenta il femminismo come volontà storica più che necessità politica; spiega che sono il progresso e l’evoluzione della società a liberare le donne; la divisione sociale dissolve le famiglie in coppie umane e a loro volta le coppie sono scisse in individui, finalmente anche di sesso femminile.

Nota come anche il progresso sia dalla parte del cosiddetto sesso debole: le macchine infatti avrebbero sostituito le donne in buona parte del lavoro domestico che fino ad allora spettava loro.

Insomma, presenta l’emancipazione come una strada tracciata, certo il percorso non si è rivelato senza ostacoli, ma di questo era ben consapevole, forse soprattutto nel corso della dura battaglia per il suffragio a cui prende parte attivamente.

L’oggetto del suo intervento a Londra nel 1903 riporta altri due punti chiave della sua lotta femminista: sollecitare le donne a crearsi un’identità intellettuale e un’indipendenza economica.

Secondo la celebre pedagogista prima di tutto è necessario cambiare la concezione della maternità: la prima conquista a cui la donna deve mirare è quella del lavoro sociale; a cui segue quella biologica che le permette di diventare madre; solo così si avvierà la naturale rivoluzione pedagogica che avrà come risultato il cambiamento dei rapporti tra i sessi; a quel punto il ruolo della donna sarà complementare a quello maschile e non subalterno.

La studiosa fa notare anche la necessità di una maggior informazione circa la sessualità; ne deriva per le donne una maggior consapevolezza e autonomia decisionale e, finalmente, anche la possibilità di scegliere il proprio compagno di strada, con cui condividere anche la vita sessuale in modo paritario.

La Montessori è annoverata tra le esponenti del femminismo pratico, che attribuisce valenza politica al lavoro sociale delle donne e vuole dimostrare le loro capacità non più solo a parole, ma all’insegna del fare: infatti coloro che ne fanno parte non agiscono più unicamente attraverso atti di propaganda, ma si fanno sentire e vedere soprattutto con iniziative umanitarie. Combatte anche per una riforma morale della società; più fortemente improntata sui valori femminili.

È con il Congresso Nazionale delle Donne Italiane (1908) che qualcosa si rompe e la Montessori comincia ad attenuare i toni: probabilmente è consapevole che il movimento femminista travolgente che era nei suoi progetti in realtà è ancora debole; prende coscienza che in alcuni casi da parte delle donne stesse c’è resistenza a prendere posizione a favore dell’emancipazione. Le cause? La sfiducia e la volontà di compiacere il sesso maschile in un primo tempo hanno la meglio; certamente né le donne né la società stessa si trovano subito pronte a un cambiamento così radicale. Inoltre, all’interno del movimento femminista si creano alcune fratture che, pur non portando alla sua rottura, mostrano alla Montessori che forse è difficile giungere a una completa consonanza di intenti e di pensiero.

Capisce anche che per vincere non basta combattere, ma si deve necessariamente cambiare la mentalità e la cultura dell’uomo; oserei dire che questa ancora oggi in alcuni casi ‒ sempre meno per fortuna ‒ è la battaglia più difficile da combattere.

Con gli anni gradualmente arriverà a staccarsi dai suoi ideali femministi per abbracciare totalmente la pedagogia per cui oggi la ricordiamo. Morirà il 6 maggio 1952.

Tenacia e cuore a Maria Montessori non sono mancati; di certo auspicava che tante donne dopo di lei, anche grazie al suo esempio, potessero non essere da meno.

[1]Cfr. Valeria Babini, Luisa Lama, «Una donna nuova» Il femminismo scientifico di Maria Montessori, Franco Angeli, Milano; 2000.

[2] Manuela Gallerani, Maria Montessori: “donna nuova” e intellettuale impegnata nella (ri)scoperta dell’infanzia, in Maternità militanti. Impegno sociale tra educazione ed emancipazione, a cura di Antonella Cagnolati, Aracne, Roma, 2010

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