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Tempo di Libri: troppi libri (noti) e poco tempo Cronaca di una giornata tra i banchi della fiera milanese

Marzo sarà davvero “tempo di libri”. I primi giorni del mese sono stati monopolizzati dall’omonima fiera internazionale dell’editoria, alla quale faranno seguito altri importanti appuntamenti a Roma e Milano.
Nessuna occasione migliore, dunque, per spingere due bibliomani – Me e Alessio – su un treno alla volta della città meneghina. Essendo la prima volta ad una fiera libraria, le nostre aspettative erano prive di qualunque concreta fisionomia e l’immersione nelle corsie sovrailluminate dei padiglioni ci ha spiazzato non poco.
Per nostra fortuna all’ingresso ci è stato fornito un pratico programma completo di ben 210 pagine e il Giornale della Libreria dedicato esclusivamente alla seconda giornata di fiera. Il disorientamento si è così raddoppiato: alla difficoltà delle creazione di una mappa spaziale si è aggiunta quella di costruire un qualsiasi itinerario temporale tra i 180 (e non è un’approssimazione) incontri che si accavallano nello spazio di 11 ore, dando vita ad un programma che, moltiplicando questa mole per tutti e cinque i giorni, occupa adesso nella mia libreria lo stesso spazio del secondo tomo delle poesie complete di W.B.Yeats (il quale, però, aveva impiegato ben 10 anni per raggiungere lo stesso volume).

Ancora fiduciosi nelle nostre capacità organizzative, iniziamo il giro tra gli stand, immersi nella placida atmosfera mattutina di un centro commerciale semi-vuoto: gli editori sono cordialissimi e desiderosi di spiegarci le loro scelte editoriali, di promuovere l’immancabile recentissima pubblicazione e di concedere sconti extra ai primi compratori di giornata. Troviamo con facilità i piccoli editori e i titoli che difficilmente spiccano nelle librerie della grande distribuzione e questa non può che essere una prima, importante, nota positiva. Ma la più alta “ragion di programma” spezza l’idillio e ci costringe a posticipare l’esplorazione alla fine del primo incontro che decidiamo di seguire: “Sfide per un’editoria in movimento”.

Gli ospiti, Gianluca Foglia (Feltrinelli Editore), Massimo Turchetta (Rizzoli Trade) e Riccardo Cavallero (SEM), hanno parlato di un settore da anni segnato da un continuo e rapido cambiamento, il quale rende necessario un costante ripensamento delle strategie editoriali. Ma questo mondo sa anche premiare scelte in apparente controtendenza, quando queste sanno davvero proporre al pubblico titoli di qualità, avvertiti quasi come necessari: è il caso delle nuove traduzioni dei classici, che negli ultimi anni sono una fetta sempre più consistente dei cataloghi delle maggiori case editrici del nostro paese. Sebbene nessun Santo Graal dell’editoria sia stato rivelato, l’immagine del mondo editoriale emersa dall’incontro sfata una serie di miti sulla sua perenne agonia o natura missionaria, pur facendo i conti con la realtà di un paese di non-lettori come il nostro, ai quali “non gliene frega nulla di avere libro ed ebook insieme” (parola di Cavallero). Forse da queste considerazioni partono le scelte di catalogare i libri in base allo stato d’animo e non a criteri quali genere o tematiche, suddivisioni che Turchetta vede più come roba da editor che da lettore. I profili di lettore che il direttore di Rizzoli Trade sembra avere in mente durante tutta discussione sono, sostanzialmente, due: quello “occasionale” (di fatto un non-lettore), da accontentare con titoli che intercettano al meglio le mode del momento o scritti da nomi popolari e a lui familiari e il lettore “elitario”, che non leggerà, per partito preso, nessun bestseller e finisce per fare la fortuna di titoli altrimenti ignorati. Non mi stupirò più, allora, di aprire il sito dell’editore che pubblica Walter Siti e trovarvi sistemi di ricerca per mood o luogo di lettura, mentre sotto scorre la copertina dell’ultima fatica de “Il milanese imbruttito”. Ma ascoltando, mi accorgo che, sebbene sembra una semplificazione banalizzante, posso in pratica ricondurre la totalità dei miei amici e conoscenti ad una delle due categorie e l’eccezione che mi viene in mente è davvero isolata. Riposi in pace, nelle logiche del mercato non c’è posto per i solitari.

Terminato l’incontro, l’ambiente che ci aspetta fuori dalla sala della conferenza è totalmente mutato: è mezzogiorno e della calma delle prime ore non c’è più traccia. Ora ondate di avventori che si infrangono sui flutti contrapposti invadono i corridoi della fiera e, all’aumento dell’affluenza, corrisponde un esponenziale aumento del rumore e della confusione tra gli stand. Oltre a rendere meno frequenti gli scambi con chi sta dall’altra parte dello stand (in più di un caso frastornato e disorientato a sua volta), le innumerevoli voci e la musica (diversa in ogni angolo da cui proviene) annullano di fatto la possibilità di partecipare agli appuntamenti situati negli spazi interni ai padiglioni, come le postazioni dei giornali ( La lettura e Robinson) o il caffè letterario. Le pecche organizzative sono a questo punto innegabili e sono proprio ospiti e pubblico a pagare le conseguenze di un programma che comprime attività diversissime e simultanee in ogni centimetro utile: rumore, difficoltà di ascolto e sovraffollamento ci spingono a lasciare in anticipo le conversazioni su “Rapporti familiari e limiti Invalicabili” prima, e su “Cosa resta del ’68 (in pubblico e in privato)” poi.
La ripresa della peregrinazione tra gli stand ci rivela chiaramente quale sia la vera impronta della fiera: le case e i gruppi editoriali che il linguaggio pubblicitario definirebbe “leader nel settore” sono i veri protagonisti. I loro enormi e curatissimi stand occupano le corsie centrali dei due padiglioni, sfoggiando un design che annulla i semplici banchetti sovraccarichi degli altri editori dalla vista del visitatore. Gli altri, “le squadre da serie B” ‒ come un raffronto dei fatturati suggerirebbe ‒ risultano più presenti sulla mappa distribuita all’ingresso che, di fatto, negli spazi espositivi. Valga come esempio il caso delle univesity press: dei sette editori accademici inseriti nell’elenco degli espositori quasi la totalità è stata compressa in un unico stand non più lungo di 2 metri, mentre solo uno di essi, Vita e Pensiero – Pubblicazioni dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha avuto uno spazio tutto per sé vicino alle scale mobili. (per maggiori informazioni consultare l’elenco di sponsor e partner).
Stanchi, ed in realtà poco interessati ai cataloghi di nomi che già troneggiano in ogni libreria, siamo stati fagocitati dal grande rettangolo su cui campeggiava l’insegna Libraccio a noi fin troppo nota ma che garantisce sempre acquisti interessanti a prezzi accessibilissimi. A giudicare dalla calca, il richiamo dell’insegna non ha attirato solo noi ma molti dei giovani visitatori che, presentissimi, abbiamo trovato più coinvolti in attività ed incontri promossi da scuole o atenei di quanto non fossero ad acquistare tra i banchetti.
Ammetto che l’esplorazione tra gli scaffali degli usati è stata molto proficua ‒ soprattutto per il mio compagno di viaggio, che probabilmente ha lasciato lì la stessa somma che io spendo per sopravvivere per 2/3 settimane ‒ ma francamente mi chiedo che senso abbia dedicare tanto spazio ad una catena presente praticamente in ogni angolo d’Italia all’interno di una fiera che dovrebbe promuovere “l’editoria internazionale”. Qui, è vero, abbiamo trovato campioni di ogni settore editoriale, anche titoli di editori da anni non più in attività… chissà che dopo una vetrina così importante non risorgano dalle ceneri!

Usciti da quei meandri non ci restavano che un paio di ore prima di fare ritorno alla stazione, che abbiamo provvidenzialmente scelto di trascorrere allo spazio incontri. Il ricordo di Alessandro Leogrande (con Nicola Lagioia e Goffredo Fofi) e l’intervista ad Emilio Isgrò e Massimo Bray sono stati la soddisfacente conclusione della nostra frenetica giornata. Ad eclissare tutto è stata la statura di due maestri, Fofi e Isgrò, che continuano ad avere tantissimo da dare a chiunque presti l’orecchio: dopo essere stati sommersi per una giornata dalle parole è stato l’artista siciliano ad esaltarne meglio il valore, rivelando l’atto d’amore dietro le sue cancellature, finalizzate anche a proteggere i caratteri che coprono; mentre Il direttore de “Gli asini”, nel suo ricordo sinceramente commosso dell’amico scomparso, ha ancora posto l’accento sull’importanza di dare spazio a giovani menti e di incentivarle affinché superino i loro “padri”.

In treno e, soprattutto, a casa giunge il momento di elaborare qualche considerazione che vada al di là delle impressioni.
Sebbene siano visibili gli sforzi di rendere la città di Milano e i visitatori (in particolare i giovani) parte attiva della fiera, il tutto risulta schiacciato dalla presenza troppo ingombrante di pochi nomi e da un programma che viene voglia di definire “obeso”, patologicamente sovraccarico di una massa di incontri ingestibili, che finiscono per essere fagocitati dal caos dei padiglioni. È pur vero che fanno parzialmente eccezione quelli svolti nelle sale conferenze e nello spazio incontri, ma anche questi risultano sovraffollati o riservati prevalentemente ad enti e società che sponsorizzano la fiera.
Nonostante tutto ciò, l’incontro “Cosa resta del ’68 (in pubblico e in privato), collegato strettamente al tema della giornata (Ribellione), ha offerto degli spunti interessanti: da un lato la generazione che quell’anno l’ha vissuto non cessa di ripensarlo e di farci i conti, problematizzarlo e, insomma, sforzarsi in ogni modo di definirlo; dall’altro chi è nato circa 30 anni dopo (parlo di me ed i miei coetanei) sembra non sentire la necessità di raffrontarsi con esso. Alla domanda “cos’è secondo te il ’68” le risposte sono state: “un numero”, “un anno come tutti gli altri”, “ehm..”, “un’illusione”. Verrebbe, dunque, da supporre che quella dell’apocalissi del ’68, non sia che una fissa di chi l’ha vissuto o di chi ha mancato per poco l’appuntamento. Fortunatamente ogni giorno ci sono collettivi, associazioni studentesche filomarxiste e manifestanti di indefinibile identità che mi ricordano, fuori dai palazzi del mio ateneo, che invece i conti con il ’68 vanno fatti, anche e soprattutto dalla mia generazione, che sembra averne assorbito inconsciamente i lati positivi e del tutto consciamente le storture e le degenerazioni.

Ciò che mi resta è la necessità di una riflessione su quanto la mia generazione ha metabolizzato di quella che ho visto seduta sulle poltrone della fiera, con i microfoni in mano: cosa assorbire e cosa deve essere compreso per poi metterlo via.

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