Letteratura Prosa

Huysmans: Alla deriva, Controcorrente

Huysmans nasce qualche giorno prima dello scoppio della rivoluzione francese del 1848, cresce con le opere di Baudelaire e Schopenhauer e muore da oblato benedettino nel 1907.

Tutto ciò che accade in quei cinquantanove anni si può riassumere con un binomio ossimorico: metamorfosi-stasi.

La sua esistenza è attraversata da una continua, apparente trasformazione: intraprende gli studi in legge abbandonandoli per dedicarsi all’arte, milita sotto la bandiera del naturalismo per passare successivamente alla sponda “nemica” del simbolismo-decadentismo, rimane affascinato dal “mondo del male” ma conclude la sua vita in un monastero.

Sebbene il mutamento appaia come una costante, Huysmans soffrirà sempre di una nausea esistenziale ante litteram, che, come accade con una malattia contagiosa, arriva a infettare inevitabilmente le sue creature letterarie.

Folantin, protagonista del breve racconto à vau-l’eau, ovvero “alla deriva”, incarna lo stereotipo dell’impiegato medio francese alla fine del diciannovesimo secolo, scapolo, misogino, solo e in balia della corrente; trascorre il suo tempo nel maledetto ufficio (la stessa “prigione” di Huysmans nel Ministero degli Interni) e vaga senza meta in una Parigi stravolta dall’industrializzazione.

All’autore poco importa di analizzare questo triste e monotono tentativo di sopravvivenza, troncato con alcune righe che suonano più o meno così:

Penetrò nella sua camera, un alito freddo gli gelò la faccia e, avanzando nel buio, sospirò: la cosa più semplice è far ritorno alla vecchia bettola, rientrare domani in quello spaventoso ovile. Alla fine, è proprio così: per la gente squattrinata non esiste il meglio, soltanto il peggio può capitarle.

Piuttosto, denuncia silenziosamente l’americanizzazione dell’Europa, si fa portavoce della sofferenza dell’uomo di fronte alla promiscuità alienante della metropoli  moderna e, come un impressionista, dipinge, con rapide pennellate, scene di vita quotidiana, immortalandone la bellezza fugace destinata ad estinguersi.

Folantin, come Huysmans, si sente estraneo al suo tempo, detesta la civiltà delle macchine, l’idea di progresso e il fumo delle fabbriche ma si sente inspiegabilmente attratto dalla frenesia della folla, dal brulichio di quegli automi, dallo spleen che emana l’ambiente ormai privo di sentimento.

Des Esseintes, anti-eroe del celebre romanzo à rebours (“controcorrente”), benché sia chiaramente un “Folantin più colto, più ricercato, più ricco” come dichiarerà lo stesso scrittore, privilegia però l’isolamento, una vera e propria clausura, che qualche anno dopo Huysmans sperimenterà sulla propria pelle; il protagonista dell’opera decadentista per eccellenza, tenta di ritirarsi definitivamente fuori dalla città, a Fontenay, dove interagisce (per modo di dire) solo con i suoi due domestici, costretti a “servirlo” quando lui non è presente, azzerando ogni contatto umano.

La sua esistenza è a tutti gli effetti controcorrente: vive di notte, riposa (o meglio, agonizza) di giorno e non ha la minima intenzione di uscire dalla sua «arca immobile»; sembra aver trovato un diversivo alla mediocrità, all’ignoranza dilagante, all’omologazione.

Assistiamo così all’evoluzione dell’impiegatuccio Folantin, che riesce a liberarsi della catapecchia parigina per insediarsi nella gabbia d’oro di Fontenay, dove passerà infinite nottate ad ammirare opere di Bresdin e Jan Luyken appese ai muri, a ordinare meticolosamente i libri della sua biblioteca, a gustare cibi insoliti o a “prendersi cura” di piante e animali bizzarri destinati a breve vita.

Des Esseintes si circonda di passato e di silenzio e lo fa per avvertire tutto più intensamente, cercando di ricostruire l’ambiente buio e ovattato del grembo materno, da cui tutto si percepisce senza poter reagire, per prepararsi al buio dell’ignoto a cui tutti siamo destinati.

Ma questo “eroe” singolare, dandy stravagante dovrà arrendersi dinanzi alle esigenze della vita ottocentesca, della società e della salute in quanto essere umano: la soluzione fai-da-te dell’isolamento fallisce miseramente alla sola pronuncia della frase «deve tornare a Parigi» del medico.

E mentre le onde della mediocrità umana stanno per abbattersi (di nuovo) spietatamente contro lo sventurato eremita del romanzo costretto a tornare alla realtà cittadina, sarà Huysmans stesso a rifugiarsi nella religione e nei chiostri benedettini per scampare al naufragio del mondo moderno.

 

 

BIBLIOGRAFIA:

-*Controcorrente / Joris Karl Huysmans ; introduzione di Agnese Silvestri ; traduzione di Giovanna Coccetti
Roma : La Repubblica, 2004
XLIV, 304 p. ; 20 cm

-*Spleen / Joris-Karl Huysmans ; a cura di Maurizio Ferrara
Milano : G. Tranchida, 1997
128 p. ; 21 cm

-Il *pensionato signor Bougran / Joris-Karl Huysmans ; traduzione e nota di Anna Zanetello
Palermo : Sellerio, [1984] 54 p. ; 17 cm

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*