Cinema

Quando la Natura rivendica il suo ruolo: "Gli Uccelli" di Hitchcock a metà tra catastrofismo e paura dell’abbandono

L’ornitofobia, più comunemente nota come paura degli uccelli, è una fobia capace di canalizzare una delle ansie sociali più diffuse tra la popolazione mondiale: quella di subire un attacco da parte di un’entità imprevedibile e incontrollabile appartenente alle travolgenti forze della Natura. Una paura ereditata dagli albori di un’epoca preistorica che, tuttavia, continua a tormentare anche le società contemporanee, costantemente in cerca di una risposta ad un’inquietante interrogativo: cosa accadrebbe all’uomo se una rivolta del mondo naturale modificasse gli equilibri dell’universo a proprio favore?

Esattamente 55 anni fa, il grande maestro del thriller e dell’horror inglese, Alfred Hitchcock, esplorò tali riflessioni cosmologiche nel suo film Gli Uccelli, liberamente ispirato all’omonimo racconto del 1953 di Daphne Du Maurier, scrittrice molto importante nell’ambito degli sviluppi del gotico più contemporaneo. Un’influenza gotica che lo portò inevitabilmente a subire il fascino di un altro racconto intramontabile: Il Corvo di Edgar Allan Poe, storia pervasa da un senso di minaccia reale e  incombente che si abbatte sul destino di ogni uomo, privandolo di uno dei suoi sensi fondamentali, ovvero la vista.

Non a caso, il tema della visione è centrale anche nel capolavoro del regista britannico: ogni inquadratura si chiude con uno dei personaggi principali che guarda fuoricampo, verso ciò che non si può vedere e non si può conoscere, verso il vuoto di un’esistenza incomprensibile. Ne consegue che tutto il film è permeato da un senso di claustrofobia che imprigiona inesorabilmente tutti gli abitanti di Bodega Bay condannandoli all’incomunicabilità e alla dolorosa presa di coscienza dell’intrinseco fallimento della resistenza umana alla Natura.

Pur muovendo i primi passi nel genere della commedia sofisticata e della love story tormentata tra una bellissima ed enigmatica femme fatale, Melania, ed un affascinante e autoritario avvocato, Mitch, Gli Uccelli si snoda in un crescendo di suspense e di inquietudine fino a divenire portavoce della trasformazione di un elemento naturale apparentemente innocuo in un incubo minaccioso e perturbante. Così, tutto il film può essere interpretato come un sogno all’insegna della deformazione, una costruzione fantastica che distrugge ogni logica reale e lascia spazio alle farneticazioni apocalittiche e alla fuga di fronte alla preponderanza soverchiante di questi nuovi nemici piumati.

Pellicola destinata ad essere riconosciuta come il capolavoro indiscusso del regista, Gli Uccelli contiene, innanzitutto, una particolare riflessione relativa alla condizione dell’uomo, alla posizione e al ruolo ricoperto dalla razza umana nei meccanismi della ruota del cosmo. A dispetto di qualsivoglia interpretazione di matrice esistenziale, ecologica o catastrofica, Hitchcock decise di spingersi ancor più in profondità e di presentare un’eco delle influenze psicoanalitiche di Psyco, di soli tre anni precedente. Anche qui è immancabile il ruolo della madre morbosamente gelosa del proprio figlio che porta alla personificazione di uno dei temi prediletti dal regista, quello dell’abbandono. Di conseguenza, l’invasione degli uccelli trascende definitivamente il piano reale e si trasforma nell’espressione metaforica delle paure inconsce di tutti i personaggi, tormentati dall’ombra della solitudine e della fragilità dei rapporti umani, soprattutto familiari.

Emozioni interiori complesse e ambigue che conducono una tranquilla cittadina statunitense verso un vortice di follia portatore di distruzione: un sovvertimento che, tuttavia, cerca di ricondurre verso la ricreazione di un nuovo ordine cosmico che, a sua volta, nega all’uomo una riconciliazione finale con l’elemento naturale. Il tema della distruzione accompagna lo spettatore fino al finale volutamente lasciato sospeso e privo, addirittura, della consolatoria scritta The End: un finale enigmatico che porta con sé la consapevolezza della debolezza umana di fronte alla Natura, madre benevola ormai esasperata dai soprusi dei suoi ingrati figli.

 

Roberta Giudice

 

 

Bibliografia:

visione del film Gli Uccelli, Alfred Hitchcock, 1963.

 

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