Letteratura Prosa

La tormentata “malora” di Beppe Fenoglio

Il primo documento che possediamo della scrittura in corso de La malora è una lettera che Fenoglio scrisse il 6 dicembre 1952 a Elio Vittorini, ideatore della collana “I Gettoni” per Einaudi, annunciandogli la stesura del nuovo romanzo breve.

Nonostante le riserve di Vittorini e Calvino nei confronti di alcuni aspetti del libro, quali ad esempio il finale ‘in rallentando’ e il titolo, Fenoglio pubblicherà il suo romanzo senza modifiche, definendone il titolo «deprimente e puzzante un po’ di ottocentesco» ma riassuntivo e globale.

Uscita nell’agosto del 1954, La malora racconta la storia di Agostino Braida, servitore presso la famiglia Rabino, e le vicende che si annodano intorno a lui sulla sfondo delle Langhe.

Il filo rosso che percorre l’opera sono i rapporti economici che sovrastano e determinano tutto e i due poli intorno a cui si avvita l’esistenza dei contadini sono la fortuna e la malora, determinate dal rendimento della terra, dalla bontà dei raccolti e dalle condizioni climatiche. È dunque soprattutto l’elemento naturale quello di fronte cui l’uomo si trova trasceso, però siamo in presenza di personaggi che seguono un percorso di maturazione: i protagonisti, e in particolare Agostino, ricostruiscono i fatti accaduti nei tre anni in cui si articola il romanzo, sono fatti di violenza, fatica, morte, ma è l’insensatezza stessa la molla che spinge a raccontarli al fine di dotare questi episodi irragionevoli di una parvenza di senso.

La storia passa attraverso la viva voce di Agostino che racconta in prima persona: Fenoglio ha immaginato il suo romanzo langarolo come uno di quei racconti che si potevano udire nelle osterie, nelle colline delle Langhe, con una sintassi che dunque si adegua agli stilemi dell’oralità e con una narrazione che non segue l’ordine cronologico; al contrario gli eventi sono raccontati dal punto di vista della loro memorabilità, dunque dell’impatto più o meno forte che hanno avuto su Agostino. La morte del padre è la spina drammatica che spacca a metà i fatti: il primo anno da servitore, la morte, gli ultimi due anni da servitore.

Il punto di vista interno e la narrazione ad opera di un personaggio omogeneo all’ambiente e agli eventi narrati fa sì che tra le caratteristiche stilistiche si evidenzino un ingente numero di modi di dire, usi e costumi propri delle Langhe, modi iperbolici della narrazione popolare, piemontesismi, fenomeni di ridondanza: la lingua de La malora è strumento potentissimo di aggancio alla realtà rappresentata. Grignani definisce l’italiano del romanzo un italiano popolare regionale dove tratti di colloquialità molto marcata, che tende al popolare, al margine della grammatica standard, si uniscono ad una seconda traiettoria che riguarda la localizzazione della varietà. Elisabetta Soletti ha parlato poi di una dialettalità interna popolare: il dialetto diventa la forma interna della scrittura e dello sviluppo narrativo del romanzo. L’amalgama di parole, sostantivi, aggettivi, modi di dire, espressioni, proverbi si intreccia con le forme dell’italiano popolare e colloquiale ed è anche soggetto ad un lavoro da parte di Fenoglio di tipo deformante cioè si riscontrano ne La malora modi e usi linguistici che sono contigui a quelli dialettali ma non lo sono, fanno parte di un lavoro sulla lingua di tipo espressionistico.

Questo è il risultato di un’elaborazione lunga e tormentata del testo che non arrivò di certo a Einaudi in prima stesura, come testimonia l’autore stesso: «Scrivo per un’infinità di ragioni… non certo per divertimento, ci faccio una fatica nera, la più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti».

Beppe Fenoglio, iscrittosi alla facoltà di Lettere di Torino nel 1940, non concluderà mai gli studi e dirà: «La mia laurea me la porteranno a casa»; così fu: nel 2005 l’Università degli Studi di Torino «propone che a Beppe Fenoglio, scrittore che già annoveriamo tra i “classici”, e certamente tra i massimi del Novecento, venga com’era sua speranza “portata a casa” (post mortem) la laurea in Lettere, a riconoscimento della sua grandezza assoluta».

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