Cinema

Rinunciare ad essere per avere. “The Place” di Paolo Genovese e l’introspezione dell’animo umano.

Cosa saremmo disposti a fare per ottenere ciò che desideriamo? Possiamo oltrepassare i confini della nostra coscienza per conquistare quello che vogliamo, provocando un’osmosi delle vicende umane? Cosa siamo disposti ad essere, a diventare, per avere? È con questi interrogativi che lo spettatore di “The Place”, ultima opera cinematografica di Paolo Genovese, deve scontrarsi.

Il set è unico. La scena, intervallata dall’arrivo dei clienti e dal via vai di una cameriera, è dominata da un tavolino all’interno di un bar, “The Place”, per l’appunto, al quale sta perennemente seduto un uomo enigmatico, di cui non si sanno né nome, né professione, con una grossa e scribacchiata agenda nera.

Nove personaggi a rotazione prenderanno posto di fronte a lui per confidargli i loro desideri, da quelli più spontanei a quelli più profondi: c’è chi chiede la guarigione del figlio o del marito, chi desidera ritrovare la vista o la presenza di Dio, chi sogna la notte di fuoco con una modella, chi vorrebbe sentirsi più bella. Ma non solo. L’uomo assegna un compito ad ognuno di loro, compito che spesso sembrerà assurdo, crudele, feroce, ma mai impossibile. Ognuno sarà libero se e come portarlo a termine.

-Perché chiedi cose così orrende-?” “-Perché c’è chi è disposto a farle-”.

Un trait d’union fra le vite dei personaggi e le relazioni scaturenti dai compiti loro assegnati svilupperà il film. Ogni compito che l’uomo misterioso assegna ad uno è speculare alla mansione assegnata ad un altro. Nello stesso modo in cui l’uomo, con freddezza e compostezza suggerisce al padre che vuole la guarigione del proprio figlio di uccidere una bambina, affida all’uomo che sogna la notte di passione col suo sogno erotico, con una prontezza che sfiora l’apprensione, il compito di salvarla.

Non basta; si passa dal consigliare di commettere una rapina affinché ci si possa sentire più belli, dall’indurre un’anziana donna a fabbricare una bomba per far sì che il marito sconfigga l’alzheimer, dal chiedere alla suora desiderosa di ritrovare Dio di infrangere i voti e avere un figlio, al far crollare la storia d’amore di una coppia per riavere indietro gli occhi innamorati del proprio partner.

-Lei è un mostro-”. “-Diciamo che do da mangiare ai mostri-”.

Ma, nonostante tutto, chi è davvero quest’uomo misterioso che ascolta incessantemente tutti coloro che lo cercano? Lo spettatore, alla fine del film non avrà responso al suo quesito. In fondo, però, la risposta possiamo trovarla dentro di noi. Saremmo davvero più felici riuscendo ad ottenere quello a cui ambiamo provocando dolore agli altri o andando addirittura contro noi stessi? E soprattutto, è davvero indispensabile quello che cerchiamo?

Assegnando i compiti ai vari personaggi, l’uomo sconosciuto pone uno specchio davanti a noi, costringendoci a guardarci dentro per vedere se davvero siamo in grado di scoprire i lati più nascosti e oscuri che si nascondono in ognuno di noi. A metterci alla prova, è vero. Ma forse anche a farci capire che nonostante tutto, a volte, abdicare alle nostre volontà e non tradire noi stessi, sia la cosa più giusta da fare. Essere incompleti, delusi, scheggiati ed imperfetti, ma noi stessi.

 

Martina Licciardello

 

Filmografia: visione del film “The Place” di Paolo Genovesi.

 

 

 

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    By: Martina Licciardello

    Studi: Frequento il quarto anno dell’arduo cammino di Giurisprudenza.
    Interessi: Un mix fra scrittura, cinema, libri, andare in bici, cucina italiana e non solo, antimafia, cartine geografiche e film horror.
    Descrizione: Logorroica, determinata e a detta di mia sorella un po’ ossessiva. A metà fra una rompi scatole cronica e una saggia consigliera, amo aver ragione e mi sarò sentita dire di esser folle almeno mille mila volte nella mia vita. Difetti? Solo qualcuno. Sono una brava persona e semmai avrai bisogno di una mano ci sarò sempre per ricordarti che puoi trovarla alla fine del tuo braccio.
    Ma per questo preferisco lasciare agli altri l’ultima parola.

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    Quando il sangue non ha redenzione:

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