Letteratura Prosa

Géza Csàth – Oppio e altre storie L’angosciante trastullo sull’altalena della mente umana

Géza Csáth, all’anagrafe József Brenner, ha scritto poco e quel poco è rimasto avvolto nella nebbia dell’oblio per molto tempo.

Ha scritto poco perché ha vissuto solamente trentadue anni e non ha conosciuto il successo perché adombrato dal ben più noto cugino Dezső Kosztolányi.

Ha scritto poco perché si è dedicato a studi medici, specializzandosi in neurologia; ha scritto poco perché un terzo della sua esistenza lo ha trascorso in stato di delirio, tra ospedali dove esercitava la sua professione e centri di cura per disintossicarsi.

La verità, però, è un’altra: Géza Csáth è stato uno degli autori ungheresi più prolifici ed eclettici di inizio Novecento, enfant prodige che già in età adolescenziale vince premi con i suoi saggi di storia letteraria, inizia a pubblicare critiche musicali ( è uno dei primi a riconoscere l’originalità di Bartók e a prestare attenzione a Puccini) e novelle lodate dalle più autorevoli voci del panorama dell’epoca.

Nato nella periferia d’Europa, a Subotica nel 1887, proviene da un’agiata famiglia di ascendenze borghesi, cresce in una realtà ovattata che, tuttavia, deve fare i conti con un processo di modernizzazione in grave ritardo.

In questa Babilonia dei Balcani, crocevia di culture, lingue e popolazioni, si diffonde velocemente l’euforia del fin-de-siècle, e irrompono con prepotenza, nei salotti magiari, le novità in campo letterario e scientifico.

Non si fa attendere nemmeno il movimento dell’Art Nouveau, cui appartiene convenzionalmente Csáth, che (per dirla in linguaggio medico) come un’emorragia si propaga nelle molteplici forme d’arte, esaltando l’autenticità dell’umanità e il valore dell’individuo prima dell’era industriale e dell’omologazione di massa.

Nulla, però, può sconfiggere la storia: con l’avvento della Grande guerra e il Trattato di Trianon, il regno d’Ungheria cede due terzi dei propri territori ai paesi confinanti, sconvolgendo gli assetti geopolitici del vecchio continente e relegando gli intellettuali nella “misery of small nations”.

Desideroso di rompere con il passato, il giovane Géza, nel 1909, finiti gli studi, decide di specializzarsi in neurologia e inizia a lavorare nella clinica per malattie mentali del professor Moravcsik; a Budapest frequenta i caffè letterari, le redazioni di giornali, i teatri, le sale di concerto, senza abbandonare i suoi pazienti e lo studio di Freud (di cui peraltro pubblicherà importanti saggi divulgativi). Negli anni più floridi della sua vita, dal 1909 al 1913, la necessità di scrivere sembra non esaurirsi mai: oltre alla produzione prettamente scientifica/professionale, comincia a mettere nero su bianco le prime novelle, visibilmente volte a sondare i meccanismi della mente umana.

Quasi tutte sono ambientate nella città natale dell’autore e i personaggi sono immersi in una realtà tutt’altro che bucolica: l’idillio campestre lascia il posto a sterminate campagne dove la vita quotidiana sembra procedere con una pesante lentezza, l’atmosfera risulta apatica, gli esseri umani paiono intrappolati in una ‒ niente affatto asfittica ‒ campana di vetro; lontano dalle grandi capitali europee e dal caos della città, i protagonisti ‒ appartenenti perlopiù alla borghesia ‒ conducono un’esistenza apparentemente imperturbabile.

Uno dei temi catalizzatori del novellista è il ménage familiare e la grande casa paterna, palcoscenico degli angoscianti rapporti umani che intercorrono tra consanguinei e che sfociano spesso ‒ direttamente o indirettamente ‒ nelle questioni che più appassionano Csáth: il dolore, la tortura, la morte.

Il dolore della famiglia di Richard, ragazzo schizofrenico nel racconto “silenzio nero” che in preda alla sua pazzia sradica alberi, arrostisce a fuoco lento il gattino bianco dei vicini, deruba la bottega di un ebreo sparpagliando i soldi lungo la strada, picchia a sangue gli infermieri del manicomio e appicca fuoco alla casa del prefetto «perché lì dentro, in un letto candido come la neve, dorme sua figlia. I suoi seni si sollevano, vanno dolcemente su e giù. Poi il suo letto viene avvolto dal fuoco. Il mio fuoco. E fiamme rossastre lambiscono con i loro baci le sue bianche gambe, fin quando non si tingono di un profondo color cuoio».

La disperazione del fratello di Richard è ancor più straziante: «il silenzio nero si adagiò su di me opprimendomi il petto e introducendosi fin dentro le gocce del mio sangue. Era mostruoso. Avrei voluto sfuggirgli ma mi inchiodò al letto bisbigliandomi atrocità mostruose all’orecchio. Mi alzai. Andai a cercare la corda. L’annodai formando un cappio robusto e mi avvicinai pian piano al letto di Richard. Feci scivolare la corda sotto la sua grossa testa imbrattata di sangue e infilai l’estremità del laccio dentro al cappio. Richard si mise a boccheggiare, emise un gemito straziante e scalciò fino a sfondare il letto. A un tratto udii il silenzio nero scoppiare in una folle risata. Fui sommerso da un gelido orrore.»

La stessa violenza è alla base del racconto “matricidio”, dove i due fratelli Witman, orfani di padre, nel tempo libero vivisezionano bestie di ogni genere:

«Nell’oscurità umida e bruna della grande soffitta la loro piccola lanterna ardeva come il lumicino lontano di un castello maledetto nel folto bosco. E i due ragazzi si mettevano all’opera con meditata lentezza, trattenendo l’eccitazione. Squarciavano la cassa toracica del cane, tamponavano sangue e mentre procedevano col loro lavoro ascoltavano i mugolii strazianti dell’animale ridotto all’impotenza.  Esaminavano attentamente il cuore che pulsava, prendevano tra le mani il piccolo motore caldo e guizzante, mettevano fuori uso i ventricoli e le valvole perforandoli con punture di spillo.

Il mistero del dolore rappresentava per loro una fonte inesauribile di rivelazioni. »

L’apice dell’orrore è rappresentato dall’omicidio della madre, donna “né buona né cattiva, baciava raramente i figli , così come raramente li sculacciava. Col tempo divenne evidente che vi erano ben poche cose in comune tra loro”.

I due ragazzi, innamoratisi di una prostituta a cui vogliono donare dei gioielli, decidono di eliminare l’”ostacolo” e derubarla dei suoi averi: « la signora Witman si voltò, quindi si sollevò su un gomito e aprì gli occhi. Aggrottò il volto assumendo un’espressione di viva contrarietà, ma non fece neanche in tempo ad aprire perché il fratello maggiore le fu addosso con un balzo e le affondò il coltello nel petto mentre il minore si era già precipitato sul letto a tenerla ferma per le gambe.»

La tortura, perpetrata da Richard e dai fratelli Witman su animali  e persone, si ripresenta nel racconto “la piccola Emma”: il maestro maramaldo che prova piacere nel bastonare gli alunni, il compagno di classe Zöldi, facinoroso che punisce gli altri studenti e il protagonista stesso, che insieme ai fratelli, cattura animali per poi squarciarli con coltelli da cucina o scrutarli mentre scalciano ed emettono suoni tristi e profondi con un cappio al collo:

«Adesso possiamo giocare a impiccare qualcuno» disse Irma.

«Emma sarà il colpevole, è lei che impiccheremo. Boia esegua il suo dovere!» esclamò Gabor impartendosi gli ordini da solo.

La piccola Emma impallidì, tuttavia continuò a sorridere.

«Adesso stai ferma e non muoverti» disse Irma. Io le infilai il collo nel cappio.

«No, non voglio» si mise a piagnucolare la bambina.

“Ani e Juci accorsero ad immobilizzare Emma per le braccia. Irma sollevò in alto la sua amica stringendola per le ginocchia. Il peso era eccessivo, stava per cadere, così mi accostai a lei per darle una mano. Quella fu la prima volta che potei abbracciarla. Mio fratello tirò la corda, l’arrotolò intorno a una trave e l’annodò. La piccola Emma penzolava dalla fune, agitava le braccia e sferrava grandi calci con le sue magre gambette coperte da calzini bianchi. Poi all’improvviso ogni movimento cessò. Allora ci sentimmo tutti invadere da uno spavento orribile e fuggimmo giù dalla soffitta. Fu la cuoca a trovare il cadavere mezz’ora dopo.”

Se l’ambientazione scelta dal’autore risulta esangue e spenta, non si può certo dire lo stesso degli abitanti che la popolano: questi ragazzini-assassini convertono la tranquillità e la noia della campagna in episodi vivaci ed eccitanti e Csáth, esperto conoscitore dell’animo umano, provoca la sensibilità del lettore ribaltando con maestria l’immagine candida dei bambini, dimostrando che la perfidia e la perversione si celano ovunque.

Nei racconti, il narratore-protagonista appare sempre distaccato e lucido, quasi estraneo alla faccenda, col cuore atrofizzato non commenta né distorce la realtà dei fatti: il pubblico rimane atterrito, in un profondo stato di turbamento, con un misto di pietà e orrore, davanti alle orripilanti azioni commesse da questi giovinetti.

Questi bimbi che, senza scrupoli, torturano animali, strangolano fratellini, accoltellano le madri e impiccano gli amichetti sono il frutto della società apparentemente imperturbabile costruita dallo scrittore, che nasconde invece una malvagità latente che risiede negli adulti.

Marinella d’Alessandro scrive: «ciò che li appassiona, che li spinge ad agire, non è la trasgressione delle norme che sono state loro inculcate, bensì, potremmo dire, una loro più corretta applicazione che non venga intralciata da nessuna inibizione indotta da considerazioni di carattere morale.»

La triade dolore-tortura-morte, presente nella maggior parte delle novelle di Csáth, altro non è che la sua vita riversata nella letteratura: un uomo sensibile, fragile e tendente all’autodistruzione che a ventitré anni si immerge nelle abominevoli tenebre degli oppiacei, nel tentativo di fuoriuscirne ritemprato, ignorando l’effetto pernicioso di questa analgesia che lo allontanerà sempre di più dalla scrittura fino alla tragica e prematura morta avvenuta nel 1919.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA:

– *Oppio e altre storie / Géza Csáth ; traduzione dall’ungherese e postfazione di Marinella D’Alessandro
Roma : E/O, 1998
187 p. : ill. ; 18 cm.

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