Letteratura Prosa

La maschera di Mishima

«La fine atroce e spettacolare di Mishima mi ha molto rattristato perché l’avevo conosciuto durante un mio viaggio in Giappone e avevo avuto molta simpatia per lui e così mi dispiace che sia morto e che sia morto per i motivi per cui è morto. Questi motivi sono per me assurdi anche se comprensibili, ma troppa gente, in Europa e altrove è morta intrepidamente per simili motivi perché dobbiamo non giudicarli per quello che sono, fermandoci, come si dice, riverenti di fronte alla morte

Scrive così Alberto Moravia nella prefazione del libro “ morte di mezza estate” di Yukio Mishima, suicidatosi con la tradizionale pratica del seppuku (harakiri) il 25 novembre del 1970 a soli quarantacinque anni.

Sebbene il suo talento fosse riconosciuto e premiato e la sua figura pubblica esercitasse una certa influenza nella società nipponica, Mishima rimaneva avvolto da un alone di mistero che, in parte, solo il suo romanzo auto-biografico riuscì a scalfire.

In “confessioni di una maschera”, pubblicato nel 1948, il giovane Yukio ripercorre la sua vita sin dai primissimi ricordi, senza freni e senza pudori, schiudendosi completamente davanti al lettore; la sua sincerità e il suo infantile abbandonarsi ai racconti, seguendo un semi-flusso di coscienza, suscitano una tenerezza tale da impedire ogni tentativo di distacco dal libro.

Mishima-infante ci prende per mano e ci fa scoprire ‒ non solo un Giappone ancora fortemente ancorato alla tradizione millenaria ‒ ma apre le porte della sua casa e ci permette di osservare-analizzare particolari dinamiche famigliari che hanno segnato la sua crescita: dal tracollo economico alla prigionia domestica, fino alle cause scatenanti della sua perversione.

Cagionevole di salute, fu strappato dal grembo materno dalla nonna, reduce da un matrimonio infelice, che riverserà su di lui un amore morboso e asfissiante come l’aria che si respirava nella sua stanza (perennemente chiusa e soffocante di odori di acciacchi e di vecchiaia).

Non risparmia i dettagli del primo richiamo d’una certa voce strana e segreta a soli quattro anni, con un fognaiolo, un vuotatore di pozzi neri: si ritrova oppresso dal desiderio e dal dolore lancinante guardando quel giovane sporco e gli pareva che quell’incontro fosse opera dell’amore maligno della Madre Terra.

L’ossessione verso la figura del “maschio” continua anche nei lunghi e tediosi pomeriggi in cui contempla trasognato libri illustrati, racconti di fiabe e immagini di dipinti.

Da sempre affascinato da L’elfo e la rosa di Anderson, comincia a provare ribrezzo per le donne quando scopre che, sotto all’abbigliamento maschile del cavaliere, si cela la pulzella d’Orléans, Giovanna d’Arco; l’episodio lo turberà profondamente fino a considerarla una vendetta della realtà, una vendetta crudele rivolta contro le dolci fantasie che aveva cullato a proposito della morte di lui.

Anni dopo queste sue fantasie ebbero compimento nei versi di Oscar Wilde:

Bello è quel cavaliere trucidato,

che giace fra i giunchi e le canne…

 La morte e l’erotismo si rivelano, quindi, i cardini dell’esistenza di Mishima ed entrambi hanno radici profonde che si intersecano; già in tenera età il piccolo Yukio, come afferma nel romanzo, è ossessionato dall’odore sudaticcio dei soldati che ritornano dalle manovre, dal tonfo pesante degli scarponi, dalle uniformi macchiate, dalla selva di fucili affascinanti…

Non tanto ammaliato dal loro aspetto glorioso ma “dalla natura tragica del loro mestiere, dalle contrade lontane che avrebbero visto, i modi in cui sarebbero morti”.

Il tormento-piacere continua nella pre-adolescenza quando il ragazzino, sfogliando un libro d’arte, scorge l’immagine del San Sebastiano di Guido Reni e fa esperienza della prima erezione-eiaculazione: «il sangue mi tumultò nelle vene, i lombi si gonfiarono quasi in un empito di rabbia…le mani, affatto inconsciamente, cominciarono un movimento che non avevo imparato mai. Sentì un che di segreto, un che di radioso, lanciarsi ratto all’assalto dal didentro. Eruppe all’improvviso, portando con sé un’ebbrezza accecante… »

Il romanzo, ricco di dettagli e autoanalisi dell’autore, arriva fino ai primi anni dell’età adulta, quando, con l’avvento della guerra, Mishima è costretto a vari spostamenti in cui la disperazione è fedele compagna; tra cadaveri mutilati, grida di dolore, esplosioni e bombe, si lascia andare a curiosi tentativi di approccio con l’universo femminile che si rivelano, tuttavia, inconcludenti.

Si sposerà e diventerà padre, continuerà a scrivere, raggiungerà un successo che pochi connazionali possono vantare, e, pur definendosi apolitico, le sue idee conservatrici e il personaggio pubblico che incarna, hanno goduto di un successo senza precedenti.

La sua fine, come fa notare Moravia, fu veramente atroce e spettacolare.

Potremmo definire, la sua fascinazione per la morte e il martirio, emorragica: sconfina in ogni aspetto della vita privata e pubblica in modo inarrestabile;

detentore e rappresentante di valori di un Giappone ormai al tramonto, si oppone senza tregua ai compromessi del dopoguerra, a ogni tentativo di evoluzione che implichi l’oblio del passato dei samurai e delle geishe, delle spade, del potere assoluto dell’imperatore.

Il 25 novembre 1970, dopo aver occupato il Ministero della Difesa insieme al suo mini esercito, e aver compiuto un discorso a favore della tradizione nipponica che ormai stava dissolvendosi dopo la sconfitta nel conflitto mondiale, si trafigge e si fa decapitare da un amico fidato.

Francesco Saba Sarti scrive:

«Col seppuku, lo si intuisce o comprende anche se non lo si può capire cioè spiegare razionalmente, si penetra in se stessi, nella propria cavità addominale; si sgrovigliano e recano gli intestini, li si fa uscire da sé, li si “vede” (sia pure per un breve istante,quello che separa lo squarciamento del ventre dal colpo di spada con cui il “secondo” tronca la testa del suicida, abbreviandone l’agonia). Il seppuku permette insomma di violare la propria intimità, mettendo fine al proprio essere “uomini tranquilli”capaci di digestioni. Le viscere sono, per la cultura di cui fa parte il samurai, il “grado supremo” della rivelazione, il simbolo palpabile dell’aldilà, la sua presenza in noi. Nulla è più “corpo” delle viscere. Nulla più delle viscere ci avvicina all’insondabile soglia.»

Un gesto plateale, spettacolare, teletrasmesso e, senza dubbio, molto discusso.

Non sappiamo se sia stata fatale la nostalgia di una cultura ormai contaminata o la non-accettazione dell’omosessualità o, ancora, il desiderio di porre fine a un’esistenza preclusa da ogni tipo di felicità, come lui stesso affermava.

Certo è che, come scrive Moravia, dobbiamo fermarci riverenti di fronte alla morte.

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